Recensione: Grand Budapest Hotel

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Genere: commedia drammatica

Regia: Wes Anderson

Cast: Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Jude Law, Edward Norton, Tilda Swinton, Saoirse Ronan

Durata: 100 minuti

Distribuzione: 20th Century Fox

Un profumato concierge, un albergo di Zubrowka affollato da personaggi peculiari e da attempate signore, un giovinotto neoassunto che ha tutto da imparare del lavoro e della vita. Queste sono le premesse de “Grand Budapest Hotel”, nuovo lavoro del cineasta texano Wes Anderson, già autore de “I Tenenbaum”, “Un treno per Darjeeling”, “Moonrise Kingdom”. Per raccontare la sua storia il regista chiama un cast corale, inserendo qua e là qualche esordiente. Personaggio principale è Gustave H., padrone dell’albergo, raffinato, istruito, adorato soprattutto dalla componente femminile della sua clientela, che ha il volto di Ralph Fiennes. A vestire i panni del co-protagonista Zero Moustafa è Tony Revolori, attore di origini guatemalteche, volto nuovo per il cinema; e poi F. Murray Abraham, Jude Law, Tilda Swinton, Edward Norton, Mathieu Amalric, Lea Seydoux, Saoirse Ronan, Willem Dafoe, Adrien Brody, Owen Wilson…si racconta che molti di questi attori si siano ridotti il cachè per poter prendere parte all’ultima impresa di Anderson, che ci ripropone il suo personalissimo microcosmo cinematografico, fatto di storie al limite dell’assurdo, di situazioni paradossali, di umorismo tagliente ma senza perdere mai la bussola della razionalità e della credibilità narrativa.
Anderson, ispirandosi agli scritti di Stefan Zweig, ci narra le gesta di Gustave H. e del suo aiutante che, a seguito della dipartita di Madame D., della di lei eredità, nonché della perfidia dei figli Dmitri e Jopling, si trova prima incarcerato e poi costretto a scappare.
Una storia ambientata in una città immaginaria, ma calata in un contesto storico molto simile a quello reale che si viveva in Europa in quegli anni, con la chiusura delle frontiere, l’ostilità verso i diversi, che assurge ad aspra critica sociale tutt’altro che superata. Anderson ci accompagna col suo modo originale di vedere e fare cinema, citando Lubitsch, Chaplin, Wilder, trasponendoli in chiave contemporanea. Grand Budapest Hotel pare dunque soltanto apparentemente un pretesto per raccontare una storia, ma in realtà è molto di più; il suo taglio autoriale è talmente caratteristico che la mano registica è immediatamente avvertibile. Anche il finale, d’acchito rasserenante e consolante, cela un’amarezza che invita alla riflessione, seppur con un sorriso liberatorio.
A parere dello scrivente, un film da non perdere.

Voto: 4 su 5

Il trailer del film:

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