Recensione: Spiderman Homecoming

Genere: Fantascienza

Regia: Jon Watts

Cast: Tom Holland, Marisa Tomei, Zendaya Coleman, Robert Downey Jr., Michael Keaton, Tony Revolori, Martin Starr, Jon Favreau, Angourie Rice, Donald Glover, Logan Marshall-Green, Garcelle Beauvais

Durata: 133 min.

Distribuzione: Sony

Dura la vita di un teenager ai giorni nostri. Giornate frenetiche davanti ai libri, magari in vista di una ennesima competizione nazionale. Ore a eseguire flessioni ed esercizi nella palestra della scuola con il professore che ti grida addosso che così non si vincono campionati. Serate passate con gente che non ti fila di striscio se non per definirti con quel misero nomignolo capace di affossarti di fronte ai compagni che se la ridono compiaciuti. Ah, aggiungeteci il fatto che giorni prima un amichevole ragazzo di quartiere se ne stava a Berlino a combattere una battaglia tra supereroi visti solamente in televisione, ed ecco riassunto in poche righe la storia di Peter Parker. L’ennesima, è vero, perchè non è la prima volta che lo vedete arrampicarsi sui muri per salvare qualche persona innocente, solo che questa volta il mondo problematico ed eccitante di Spidey è totalmente collegato con la Marvel Cinematic Universe. Ad attutire quel “trauma” adrenalitico c’è infatti Tony Stark, l’unico ad averci creduto in lui, ma che in questo preciso periodo, per non provocare ulteriori disastri diplomatici, si trova a dover calmare il povero Peter da quella esperienza assolutamente unica. “Non fare nulla che io farei, e non fare nulla che io non farei”, perchè non sei un Avengers. Ma l’Uomo Ragno non può starsene lì impalato, e vedere la Grande Mela sotto perenni attacchi di persone con armi alimentati da energia aliena nelle proprie mani. Come il povero Birdm… scusate l’Avvoltoio.

C’erano davvero pochissime alternative per riportare sul grande schermo una storia dilutita nel tempo. In pochi anni, ben 6 film sono stati prodotti sul supereroe più conosciuto della Marvel, anche da chi non masctica proprio il genere o non ha letto nemmeno una vignetta creata da Stan Lee. Con Spiderman Homecoming, il regista Jon Watts è riuscito nell’impresa impossibile di divertire nonostante si tratti de L’Uomo Ragno. Chi si ricorda della celebre frase “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità” usata nel film di Sam Raimi? Una espressione talmente efficace nel significato da trascendere dal suo stesso corpo filmico, utilizzato in occasioni più comuni per attribuire maggior peso nelle scelte di ciascun individuo. Ecco, dimenticatela, perché l’autore ha ben altro da mostrare. Quello che emerge è una presa di distanza netta dagli altri lavori, volgendo lo sguardo verso una generazione alle prese con gli smartphone, con le bravate e con le cotte adolescenziali. A 14 anni, si sa, i problemi sono ben altri: il partner da scegliere per il ballo, la partita della vita, il college, le feste, non certamente salvare il pianeta da minacce esterne con l’aiuto di Iron Man, che qui pare avere un’aurea paterna (e stiamo parlando di Stark, l’uomo più eccentrico dell’Universo della Marvel e con un ego difficilmente misurabile) in confronto a un ragazzo che sembra avere il mondo in pugno e i riflettori puntati addosso.

I riferimenti sono ovviamente a un cinema che l’America ha potuto sperimentare, creando un sottogenere come la commedia a sfondo giovanile. Quelli più palesi sono a John Huges e ai suoi incredibili racconti, da Breakfast Club, con la sequenza di Peter costretto a stare a scuola al di fuori dell’orario di lezione, a Una pazza giornata di vacanza, dove Spidey corre tra i prati delle celebri case a schiera americane, passando proprio nel momento in cui la tv è sintonizzata su quella medesima sequenza, quella nella quale Ferris Bueller, accompagnata da Oh Yeah degli Yello, si dirige verso casa per non farsi scoprire dai genitori dopo le sue ennesime bravate. Parker, interpretato da Tom Holland, è dunque più vicino alla mentalità di Bueller (scaltro e folle allo stesso tempo) e ai ragazzi di Chicago rispetto a quanto descritto nei precedenti capitoli, una scelta sicuramente funzionale al proseguo del racconto, ma che Watts utilizza a piccole dosi per suggerisci il carattere del protagonista. Come sempre, i problemi di gran parte dei film della Marvel riguardano il ruolo dei villain, che non vengono spesso caratterizzati al meglio rappresentando solamente l’oggetto contro cui scontrarsi. Il risultato, seppur con fasi non proprio esaltanti, risulta migliore di quanto già visto negli episodi precedenti, con l’obiettivo di dare maggiore solidità al carattere di Adrian Toomes, il quale non viene mimimamente assistito dopo gli attentati di New York. L’Avvoltoio viene tenuto in aria da un buon Michael Keaton, che, come Ray Kroc in The Founder approfitta del momento di bassa concorrenza (in questo caso la vulnerabilità della città) per ottenere guadagni con il minimo sforzo grazie alle invenzioni geniali dei suoi adepti.

Spiderman Homecoming abbandona i riferimenti classici del genere (come accaduto già in Guardiani della Galassia), assumendo un carattere rockeggiante e giovanile, nello slang e nella forma. C’è sempre una corda di mezzo, ma la musica è cambiata. basta violini e gli strumenti a fiato dell’orchestra (presenti nell’intro), a Spidey piace la chitarra (con i Ramones verso i titoli coda). Hey Ho, Lets Go! Hey Ho, Lets Go!

P.S. C’è anche la zia Marisa Tomei. 😍

Voto: 3 su 5

Il trailer

 

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Rieccomi! Anch’io ho scritto una recensione di questo film: https://wwayne.wordpress.com/2017/07/16/un-film-fuori-dal-comune/. Spero che ti piaccia! 🙂

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      1. wwayne ha detto:

        Grazie a te per la risposta! 🙂

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  2. Massimo Maglietta ha detto:

    Riccardo ho apprezzato molto la tua recensione di Spiderman Homecoming. Ne ho appena scritta una anche io, se ti va di leggerla. Questo è il link http://cinefiliinserie.com/spider-man-homecoming/. Poi fammi sapere cosa ne pensi.

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