Recensione: Court

Court

Genere: Drammatico

Regia:  Chaitanya Tamhane

Cast: Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni, Pradeep Joshi, Vira Sathidar

Durata: 116 min.

L’India nel nostro immaginario presenta un insieme di sfumature che la rende affascinante. Se si entra più in profondità, si scoprono anche le contraddizioni di una società vittima di violazioni dei propri diritti di espressione e delle proprie libertà individuali, come l’habeas corpus. Court, pellicola di Chaitanya Tamhane vincitore del premio come miglior film nella categoria Orizzonti, cerca di raccontare gli aspetti della giustizia indiana nella sua quotidianità. La storia narra le vicende di un vecchio poeta e professore che, nel momento in cui si esibiva in una piazza trattando tematiche politiche forti e delicate, viene arrestato con l’accusa di istigazione al suicidio ad opera di un operaio morto in condizioni misteriose nel posto di lavoro.

Da lì in avanti, il regista ha voluto raccontare l’iter giudiziario nella sua interezza, con le sue ambiguità e i suoi aspetti più incredibili. La lentezza dei processi, sia nella sua durata sia nei continui rinvii a date sempre più lontane, viene completamente presentata al pubblico nella sua autenticità. In quell’aula passano dal caso più insignificante come l’occupare illecitamente un posto di disabili a quello più rilevante come l’atto sovversivo contro l’ideologia dominante indiana. Il tutto con il distacco e la superficialità che i rappresentanti della giustizia mostrano sia alle persone imputate, sia nella vita ordinaria. La percezione è la stessa, che si passi a un luogo istituzionale, mostrato nella sua carenza di diritto, o che ci si focalizzi sulla quotidianità dei personaggi attraverso ambientazioni miseri e mal gestite dallo Stato. Il film possiede una storia convincente e autorevole, ma manca nel proporla nella maniera più adeguata. Il regista, attraverso inquadrature fisse e con l’utilizzo di campi medi, ha voluto sottolineare la distanza presente tra le istituzioni e il popolo, privato delle proprie autonomie, e la troppa meccanicità presente nelle aule di tribunale. Se da un lato questi elementi si comprendono, dall’altra l’eccessiva proposizione degli atti giuridici ha appesantito moltissimo la visione. Sarebbe stato molto più utile comprendere ancora meglio le vite degli avvocati, i quali vengono proposti anche nella loro vesti di civili. La durata del film e Il finale sono punti che potevano essere meglio gestiti, con la possibilità di ridurre parte delle scene proposte senza che il significato del film ne risentisse.

Voto: 2,5 su 5

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