Recensione: Leviathan

leviathan_poster1Genere: drammatico

Regia: Andrei Zvyagintsev

Cast:Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova

Durata: 144 minuti

Distribuzione: Academy 2

 

 

Rabbia, vendetta, violenza, corruzione, tradimenti, nessuna speranza. Il lavoro del cineasta russo Zvyagintsev, Golden Globes come Miglior film straniero miscela in un’opera ambiziosa politica e società, sacro e profano, passato e contemporaneo. Kolia, un uomo che da sempre vive su di un promontorio che si affaccia sul Mar di Barents, ha un figlio ed una seconda moglie. Il suo lavoro di meccanico gli ha sempre garantito la sussistenza e la sua officina è tutto ciò che gli serve per portare a casa il necessario da vivere. Sulla strada di Kolia c’è però il sindaco della piccola cittadina, un viscido e corrotto affarista, abituato a gestire i suoi traffici con denaro ed intimidazioni. Il Leviathan di Zvyagintsev strizza l’occhio ai grandi classici della letteratura, con un deciso balzo alle scritture bibliche e alla storia di quel Giobbe che trovò sulla sua strada Satana. Qui persiste una assenza totale di trascendenza, nessun diavolo, ancor più rarefatta la possibilità di appellarsi alla chiesa, impersonata da uno scaltro e smaliziato padre spirituale ortodosso, più attento ai beni materiali che alla cura delle anime. Leviathan La testardaggine con la quale Kolia si oppone ai poteri forti andando incontro al Sindaco (che impersonifica il Leviatano di Hobbesiana memoria) e agli uomini in divisa (soggiogati da superiori e uomini di politica) è il preludio di una sconfitta già scritta, un pronostico prevedibile di una disfatta. La regia, asciutta e senza esasperazioni, si muove lucida, dirigendo un cast di qualità, facendo affiorare da una storia apparentemente circoscritta ai freddi mari russi del nord, una attualità ed una universalità non comuni. Il riferimento a Putin ed alla sua continua propaganda emerge con dirompenza ma il Leviathan si presta ad una lettura su più livelli; assenza di punti di riferimento, una visione pessimistica del presente e nessuna garanzia per ciò che sarà il futuro. Leviathan è una storia di relitti, relitti animali (l’enorme scheletro di balena che giganteggia sulla locandina) e relitti umani, dalla moglie malinconica e dal senso mortifero, all’avvocato di Mosca, deciso e sicuro nella professione, inconsistente nella vita privata, lo stesso protagonista è un relitto, così come la sua casa, entrata nei piani di esproprio dell’Amministrazione comunale. Leviatano letto forse come simbolismo allegorico, come caos primordiale dove non esiste un ordine e tutto è in balia del caso e del disordine. Questo è l’oggi di Zvyagintsev, raccontato con realismo e tinte fosche. Ciò che il Leviathan tocca soltanto tangenzialmente è lo sviluppo dei personaggi nello svolgersi del plot, ingabbiati nelle loro situazioni sì, ma senza nessun sostanziale cambiamento. Anche l’approfondimento e la chiusura di alcuni situazioni sono state relegate al fuori campo, facendo perdere forza e rigore alla struttura stessa che sorregge il film.

Voto: 3,5 su 5

Il trailer del film:

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