Recensione: Sangue del mio sangue

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Genere: drammatico/storico

Regia: Marco Bellocchio

Cast: Pier Giorgio Bellocchio, Alba Rohrwacher, Roberto Herlitzka, Lidiya Liberman, Filippo Timi

Durata: 107 minuti

Distribuzione: 01 distribution

 
 

Bellocchio torna a Venezia, dopo aver sbattuto la porta un paio di edizioni fa, in occasione della non premiazione del suo “Bella addormentata“, film sicuramente meritorio per la tematica trattata, ma lontano dall’essere un grande film in grado di aspirare a primeggiare in Concorso. C’era dunque molta attesa per l’autore de “I pugni in tasca” e “Buongiorno, notte” che ne hanno fatto un nome importante e rispettato. Ancora una volta la narrazione è declinata sulle vicende personali dell’uomo che sta dietro la macchina da presa e l’ambientazione si svolge in quel di Bobbio, località piacentina prescelta dal cineasta che da un ventennio organizza un festival e prevede workshop di giovani aspiranti director. Un lavoro che parte nel seicento, con un plot raccolto all’interno di un convento, tra una suora seduttrice ed un uomo d’arme a cavallo che vuole riabilitare la memoria del fratello morto suicida per causa di lei. Riti ordalici, santa inquisizione, punizioni perpetue agiscono la storia per un’ora abbondante poi la svolta, la cesura, la camera che si sposta sullo spioncino della pesante porta d’ingresso ed una grossa sportiva rossa. Un espediente di montaggio che sbalza lo spettatore al giorno d’oggi, tra ruberie, inciuci, logge massoniche, sedicenti ispettori del Ministero e danarosi russi interessati all’acquisto del convento, che resta dunque il collante narrativo che mantiene l’unità spaziale del racconto. Gli attori, da Alba Rohrwacher a Pier Giorgio Bellocchio, passando per Roberto Herlitzka compaiono in ruoli diversi in entrambe le storie ed incidono a fasi alterne. Nota decisamente negativa Filippo Timi, nella strabordanza del suo personaggio (il pazzo) troppo brutto per essere vero. Bellocchio propone uno sguardo personale ed enigmatico che vuole scavare e mettere in discussione il mistero del vissuto, ma lo fa con marcata autoreferenzialità. efehejek-638x425
Un bell’esercizio di stile e di padronanza del mezzo ma senza compattezza, senza sentimento, un prodotto ad uso e consumo del pubblico, confezionato sull’autocelebrazione. La sensazione è, ancora una volta, quella del cinema fintamente autoriale, che si ammanta di autorevolezza soltanto perché creato da un grande nome della macchina da presa, ma qual è il vero peso specifico di un’opera come Sangue del mio sangue? L’ultimo lavoro di Bellocchio non resterà negli annali e anche il botteghino pare averlo ignorato del tutto. Giustamente dimenticato anche dalla giuria capitanata da Cuaròn a Venezia 72.

Voto: 2 su 5

Il trailer del film:

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