Recensione: Educazione Siberiana

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Genere: Drammatico

Regia: Gabriele Salvadores

Cast: John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius

Durata: 110 min

Distribuzione: 01 Distribution

 

Niente soldi, niente droga; solo il giusto indispensabile per vivere. Di primo impatto uno penserebbe a una comunità di educazione e tradizione molto rigida. Eppure nella zona a sud della Russia i Siberiani, un clan che nasce sin dai tempi dell’ex Unione Sovietica, educano i propri figli al crimine, uccidendo se questo è necessario alla loro sopravvivenza, e rubando solo alle classi sociali più potenti, come i banchieri, esponenti dell’esercito e della polizia. Una volta svolto il compito, il bottino viene distribuito a tutta la comunità, dando così la possibilità di mantenerne l’equilibrio sociale. E tutto ciò è commesso in nome di Dio e della sua volontà. Tuttavia la stabilità viene a mancare dopo la caduta del muro di Berlino, portando con sé corruzione e divisioni sociali a causa del denaro, prima ripudiato e poi assecondato per la propria sete di potere.  Tutto questo però rappresenta lo sfondo, il contesto del racconto. La storia, infatti, si concentra sul rapporto tra Kolima, nipote di Kuzja (John Malkovich), il capo dell’organizzazione, e il suo migliore amico Gagarin. Entrambi crescono sotto il codice morale rigoroso del clan, ma a seguito di una rapina non conclusa, il giovane Gagarin viene arrestato, mentre Kolima riesce fortunatamente a salvarsi. Da lì in poi il rapporto tra i due cambia radicalmente: in carcere Gagarin inizia a frequentare il Seme Nero, un’organizzazione criminale incentrato sul traffico di droga, affiliandosi in seguito una volta uscito, mentre Kolima s’innamora di Xenja, una ragazza “Voluta da Dio”, cioè con problemi psicologici. Ma, in seguito ad un brutto avvenimento (lo stupro della giovane ragazza), l’affetto che provava per lei si trasforma in desiderio di vendetta, che lo porterà a una lunga caccia alla volpe, utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione, anche a costo di andare contro l’educazione da sempre mantenuta.

Gabriele Salvadores, il regista del film, è riuscito a dare un tocco formidabile alla storia, dando un ritmo molto costante in termini di inquadrature e di montaggio, che difficilmente si riesce a mantenere per tutta la durata del film. Inoltre l’intreccio tra il macrocosmo (la fine dell’Unione Sovietica) e il microcosmo (la rottura dell’amicizia tra Gagarin e Kolima e degli equilibri sociali all’interno della comunità) è un elemento che più emerge durante la proiezione. Se da un lato c’è chi tenta in qualche modo di combattere il caos (anche se con le maniere forti) che si stava formando in Russia, proteggendo la tradizione rappresentata da Kuzja e dal nipote; dall’altro c’è chi vuole in tutti i costi prevalere sull’altro, rendendo il denaro lo strumento per una rapida ascesa sociale, senza alcun tipo di sforzo, raccontato in questo caso dal personaggio di Gagarin. Il regista descrive la brutalità e la violenza di quella società con uno stile leggero (che ha molto diviso la critica), puntando di più sull’aspetto personale anziché di entrare in profondità sulla struttura sociale russa, basata sul rifiuto di qualsiasi legge imposta dallo Stato e dove la religione viene usato come pretesto per commettere delitti. Nonostante ciò,  la scelta di Salvadores è stata coraggiosa, perché è riuscito a discostarsi dall’omonimo libro di Nicolai Lilin, personalizzandolo, o meglio, umanizzandolo.

Voto: 3,5 su 5

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