Venezia 70: il cinema specchio della realtà

vert Intrepido venezia SAC

Mai come in questa Mostra Internazionale di Arte Cinematografica (giunta alla sua 70ma edizione ndr), il cinema ha rappresentato in modo vivido e amaro la realtà che l’Italia (e non solo) è costretta ad affrontare. Molte le pellicole che hanno proposto uno spaccato contemporaneo fatto di solitudine, di disgregazione, di malessere esistenziale, il dissesto dei valori nell’esistente. Gettando un occhio ai film proposti nella sezione “in concorso” (i titoli migliori che si contendono il Leone d’oro, il riconoscimento più “alto” del Festival ndr) la situazione è emblematica: ad aprire la Mostra è stata la pellicola italiana “Via Castellana Bandiera” (di Emma Dante) che racconta la vicenda di due signore (ognuna con la propria vettura) che si ritrovano per un caso fortuito a percorrere un budello della Palermo d’oggi, budello troppo stretto per poter permettere un doppio senso di marcia. Le due signore, inamovibili, rimarranno un’intera giornata e la notte ferme sulle loro auto, senza cedere il passo; è una metafora tagliente della società contemporanea, fatta di incomunicabilità, di divisione e di scontro, spesso gratuito. I film “Die Frau des Polizisten” (la moglie del poliziotto ndr) (di P.Groning) e “Miss Violence” (di A.Avranas) prendono di petto la situazione famigliare, fatta sempre più spesso di violenze e di abusi; nel primo caso un marito manesco che percuote la moglie che a tutti i costi cercherà di salvare la figlia, nel secondo caso un nonno-orco che induce le nipoti alla prostituzione. Tristi e durissimi ritratti di casi alla ribalta della cronaca, che quasi quotidianamente sono inseriti nei palinsesti dei tg. Anche il film “Joe” (di D.G.Green) racconta rapporti genitori-figli disfunzionali, con un padre alcolizzato e violento ed un figlio in perenne tensione nella ricerca di un futuro migliore. “Tracks” (di J.Curran) tratta invece la ricerca di senso, di parole che possano spiegare l’esistenza, attraverso un viaggio nel deserto australiano di oltre tremila chilometri, allegoria di un presente svuotato di valori che costringe ad un “viaggio” anche molto lungo in sé stessi per trovare risposte in una società apparentemente senza meta. Medesima ricerca di senso è visibile nella pellicola “The Zero Theorem” (di T.Gilliam) nella quale, in un ipotetico futuro, un individuo lavora giorno e notte per risolvere l’equazione perfetta, il “teorema zero” che può matematicamente spiegare il senso dell’esistenza dell’uomo sulla Terra (ammesso che esista una soluzione e ammesso che questa vita abbia un senso). Ma le tematiche sono molteplici; “Tom à la ferme” (di X.Dolan) porta sullo schermo la problematica (di scottante attualità) dell’omofobia, ambientata in una Francia di oggi, in campagna, ai margini di una cittadina che poco tollera questa (a loro modo di vedere) “diversità”. Ma forse i due film che più raccontano il presente sono proprio due pellicole italiane: “L’intrepido” (di G.Amelio) e “SacroGRA” (di G.Rosi). “L’intrepido” narra le vicende di Antonio Pane, disoccupato che cerca di barcamenarsi tra mille lavori pur di non cedere alla crisi. “SacroGRA” (insignito del Leone d’oro dalla Giuria presieduta da Bernardo Bertolucci) è un documentario che descrive la vita che si svolge lungo il Grande Raccordo Anulare di Roma; ispirato al romanzo “Le città invisibili” di Italo Calvino è l’emblema di un tragitto che “collega tutto ma che non porta a nulla”, abitato da “invisibili”. Una Mostra che dunque ha rappresentato una cassa di risonanza dell’uomo contemporaneo e delle sue debolezze, dei suoi vizi, un uomo fondamentalmente “brutto”, che si muove in una realtà degradata. Un Festival specchio della contemporaneità che non dà risposte ma, saggiamente, crea discussione, dibattito ed interrogativi.

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