Recensione: Hungry Hearts

HungryHearts

Regia: Saverio Costanzo

Cast: Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Al Roffe, Geisha Otero.

Durata: 109 min.

Distribuzione: 01 Distribution

 

 

 

Dopo la Coppa Volpi conquistata da ambe le parti da Adam Driver e Alba Rohrwacher, la curiosità verso questo lungometraggio era davvero forte. Il rischio (a volte capita) era di vedere un lavoro gonfiato dalle aspettative dovute a un festival di grande impatto internazionale come Venezia. Questo non è tuttavia il caso dell’ultima fatica di Saverio Costanzo, segno che l’anno passato i tre film italiani in concorso hanno pienamente rappresentato un’alternativa credibile e vera alle difficoltà formali e sostanziali del cinema italiano. Hungry Hearts, film dalla “semplicità” tecnica (soprattutto se si pensa che è tutto girato con una telecamera a spalla), è qualcosa di estremamente potente dal punto di vista del contenuto. Non solo la storia coinvolge, ma ti lascia quell’amaro in bocca per molto, molto tempo. Le vicende che coinvolgono i due protagonisti, Jude e Mina, sono di un’autenticità e realismo che sarebbe impossibile non coinvolgere emotivamente lo spettatore. Già dal primo incontro, in un bagno presso un ristorante cinese, ci si trova di fronte a uno spassoso episodio che sarà la scintilla della loro (altalenante) relazione.

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La particolarità di questo film sta tuttavia nell’inganno che, in maniera ambigua, coinvolge pubblico e personaggi. Se prima ci viene presentato un rapporto autentico e puro, dove il sentimento d’amore crea una barriera insuperabile tra i due, con il matrimonio e la nascita del figlio, il rapporto tra i due protagonisti segna un cambiamento netto e irreversibile. L’amore di Mina (o il sentimento materno) per il bambino diventa ossessione, spingendola a chiudersi in casa con lui per proteggerlo dall’esterno. Le scelte alimentari (l’uso di cibi esclusivamente vegetali), come la fissazione per la salute del bimbo, porta la ragazza verso una lenta alienazione nei confronti del mondo circostante. Nonostante ciò, Jude cerca in tutti i modi di trovare una soluzione a questi problemi, cercando di non intaccare le colonne portanti all’interno della famiglia. In tutto ciò la sapienza di Costanzo sta nel non schierarsi né dall’uno, né dall’altra parte. Il suo sguardo è rappresentato dalla lente della telecamera, che attraverso l’uso di inquadrature strette e in primo piano, descrive le sensazioni della coppia e la degenerazione fisica e psicologica che trascina i due personaggi. Soprattutto nella parte centrale, la scelta di utilizzare l’effetto fish-eye, rende in maniera più efficace il deterioramento dei corpi dei giovani genitori. Non mancano i colpi di scena, che nella parte finale lasciano forti elementi di riflessione. Hungry Hearts nel complesso funziona in tutte le sue parti. Impressiona, emoziona, e soprattutto rivela i possibili ostacoli che due “cuori affamati” possono affrontare nell’arco della vita.

Voto: 4 su 5

Il trailer

L’incontro con il regista Saverio Costanzo e l’attrice Alba Rohrwacher

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