Recensione: Youth

youthGenere: Drammatico

Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda

Durata: 118 min.

Distribuzione: Medusa

 

 

Fred Ballinger e Mick Boyle sono due artisti ottantenni che decidono di alloggiare in un Hotel nelle Alpi svizzere. Il luogo scelto è una valle tranquilla per riposarsi con assoluta tranquillità e riflettere sui progetti futuri. Il primo è stato un compositore di musica classica di grande successo, in grado di dirigere le orchestre dei teatri più illustri del mondo come quello di Venezia; l’altro è un regista alla ricerca di un’ispirazione per il suo ultimo film, tanto da coinvolgere giovani menti del cinema per la stesura della sceneggiatura. Entrambi si trovano in un punto fermo: Fred non vuole più tornare in scena, rifiutando continuamente la richiesta del portavoce di Buckingham Palace di suonare davanti alla Regina; Mick non riesce più a concludere il finale del suo elaborato, rimanendo in una situazione di stallo che sembra non volersi sbloccare. In più si aggiungono altre variabili che influenzeranno la loro permanenza all’hotel, come l’incontro con il giovane attore Jimmy Tree, in ricerca di un’ispirazione per il suo prossimo personaggio; e la crisi sentimentale della giovane Led, alla quale Fred non riesce a garantire un adeguato supporto paterno.

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Paolo Sorrentino, dopo l’Oscar a “La grande bellezza”, con Youth vuole raccontare una delle fasi inevitabili del nostro vivere. La vecchiaia è un periodo che necessita a chiunque un esame introspettivo sulla propria esistenza, attraverso un’analisi sulle scelte compiute nel passato. I dialoghi dei protagonisti interpretati da Michael Caine e Harvey Keitel raccolgono un insieme di immagini e di esperienze che aiutano i due ad affrontare con serenità il presente. La loro amicizia è basata sul racconto di eventi “belli”, piacevoli, tenendo per sé le vicende negative e i momenti di sofferenza ancora vissuti. Quello che Sorrentino aggiunge a tutto questo è la voglia e la speranza di intravedere un futuro, che diviene la vera linfa vitale di ciascun individuo. Fred è l’esempio lampante di come l’Hotel sia divenuto una bolla di vetro dove rinchiudersi in attesa della morte. La sua apatia (come viene spesso definito nel film) rappresenta l’assenza di vita e della memoria, dove lo scorrere della giornata viene subita e non vissuta. La musica è l’unico atto che per lui ha avuto senso, tanto da trascurare la vita della moglie e della figlia Led, che nel corso del film avrà un peso fondamentale sulle scelte di Fred, pronto a tutto per rimediare agli errori commessi. Anche Mick, in parte, possiede questo difficile dilemma, dal momento che l’impossibilità di scrivere la conclusione del suo film “testamento” è causata dall’incertezza e dall’incapacità di andare oltre, come lui stesso spiega ai suoi colleghi davanti a un cannocchiale panoramico. Youth, complessivamente, funziona, aggiungendo quello che ne “La grande bellezza” era stata trascurata per dare maggiore risalto all’aspetto puramente estetico della messa in scena: una storia dal forte impatto emotivo. La qualità degli attori completa l’opera, regalandoci due interpretazioni sopraffini di Micheal Caine e di Harvey Keitel, accompagnati dalla conferma recitativa di Rachel Weisz e alla crescita esponenziale di Paul Dano. La regia di Sorrentino e la fotografia di Luca Bigazzi sottolinea la perfezione formale che questa coppia riesce a portare nelle sale, con piani sequenza tipici del suo stile accompagnati da un gioco di luci e ombre davvero incredibili. Un vero peccato per la seconda parte del film, dove si è sentito un vero e proprio calo del ritmo all’interno della storia a vantaggio di una maggiore riproduzione estetica della pellicola.

Voto: 3,5 su 5

Il trailer

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