Recensione: Il ponte delle spie

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Genere: Thriller

Regia:  Steven Spielberg

Cast: Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Sebastian Koch, Alan Alda, Billy Magnussen, Eve Hewson, Austin Stowell

Durata: 140 min.

Distribuzione: 20th Century Fox

 

 

1957. A Brooklyn, New York, viene arrestato Rudolf Abel con l’accusa di aver ceduto documentazioni riservate statunitensi all’Unione Sovietica, divenendo così una spia a tutti gli effetti. Gli Stati Uniti, essendo in un clima per nulla tranquillo come quello della guerra fredda, vorrebbero subito condannarlo, ma il sistema democratico americano impone comunque un processo regolare, che sia un cittadino natio o straniero. Nessuno vuole difendere un uomo del genere, perché ne andrebbe della loro identità e reputazione. Per questa ragione, la patata bollente viene passata (“all’unanimità” di tutti i colleghi)  a James B. Donovan, un avvocato che negli ultimi tempi si è occupato di diritto assicurativo. Lui non ci sta a dover essere un semplice fantoccio da inserire in un’udienza pilotata sin dall’inizio, e cerca di far prevalere in tutti i modi il diritto e la costituzione anziché l’opinione e l’istinto. Le carte si mescolano immediatamente quando si scopre che Francis Gary Powers, un aviatore a stelle e strisce, viene catturato dallo Stato sovietico, ponendo una condizione di perfetto equilibrio tra le due potenze. L’unica soluzione senza vittime è uno scambio di prigionieri, e sarà proprio Donovan a condurre la trattativa.

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Steven Spielberg, con Il ponte delle spie, torna alla regia dopo il grande successo di Lincoln, e l’impressione è che ci sia una comunanza di fondo tra i personaggi che il regista ha rappresentato. Entrambi hanno un enorme senso di dovere e di responsabilità verso se stessi e verso i cittadini, e non si sono piegati alla volontà della storia, che sembrava andare nel verso contrario alle scelte dei protagonisti. Prima la guerra civile, ora la guerra fredda, Lincoln e Donovan hanno dovuto mostrare una certa forza morale ed etica che nessuno in quel periodo aveva. Sia il politico, sia l’avvocato non hanno mai deviato la loro strada, nonostante gli ideali divergano sul bisogno di libertà per il primo, e la necessità di difendere la democrazia per l’altro, anche andando contro un paese interamente accecato dalla rabbia. Certo, la visione d’insieme andrebbe a premiare la grande potenza statunitense, vista come sempre dal cinema americano quella giusta e infallibile, anziché quella sovietica, descritta come spietata e senza scrupoli nell’ammazzare l’altro. E di elementi a favore di questa tesi ce ne sono. Tuttavia se si entra nel film nel suo complesso, mettendo insieme i tasselli nel giusto ordine, si osserva come i fatti storici vadano contro ogni tipo di retorica. L’America descritta è tutto fuorché impeccabile. È ancora ferita dalla guerra, non riesce a mostrare compattezza nelle scelte democratiche. Questo lo si può vedere dal magistrato che deve decidere in base alla legge al poliziotto che la deve difendere. La confusione nella società americana ha portato a politiche tutt’altro che giuste, come il Maccartismo. Dunque il problema non è tra Stati Uniti e Russia, tra due sistemi evidentemente contrastanti (da una parte una dittatura forte, dall’altra una democrazia in bilico). Il fulcro del film riguarda la giustizia, la morale, tutti incarnati non in uno Stato come si potrebbe pensare, ma in un uomo, “un uomo tutto di un pezzo”, che viene continuamente colpito ma che costantemente si rialza. E in questo è difficile non condividere le decisioni del personaggio interpretato da Tom Hanks, assolutamente perfetto nella parte. Spielberg non sbaglia un colpo, anche se ci si aspettava di più ne Il ponte delle spie una maggiore presa di coscienza sui difetti e sui dubbi che persistevano nella società americana dell’epoca.

Voto: 3,5 su 5

Il trailer

Un commento Aggiungi il tuo

  1. MonsieurVerdoux ha detto:

    Come ho scritto da me, concordo su quanto scrivi: da più parti il film è stato criticato per essere troppo “americano”, mentre io l’ho apprezzato proprio per il motivo opposto (che è poi quello che tu scrivi nel post): e cioè che critica la società americana, tanto bigotta, e il “sistema” americano, tutt’altro che impeccabile.

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