Recensione: La comune

la comune

Genere: Drammatico

Regia:  Thomas Vinterberg

Cast: Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hansen

Durata: 111 min.

Distribuzione: Bim Distribuzione

 

 

 

Un esperimento sociale, quello della comune, che fra gli anni ’60 e ’70 coinvolse centinaia di migliaia di famiglie “allargate” come quella protagonista del film. Così come questo film, La comune, mette in risalto la condivisione, anche noi faremo lo stesso. La recensione che leggerete è scritta in quattro mani, cercando così di raccontare il film con occhi diversi, contrastanti, o perché no, simili, chi lo sa.  Al centro del racconto, una coppia danese benestante di Copenaghen: Anna, telegiornalista di fama; Erik, architetto e professore universitario. I due si avviano verso la maturità con qualche noia di troppo, ed è proprio dalla moglie che parte l’insolita richiesta: ravvivare il ménage familiare allargando la propria casa a nuovi inquilini, scelti tra amici e conoscenti.

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Il nuovo film di Thomas Vinterberg abbandona il tema ricorrente della pedofilia che in Festen e Il sospetto assumeva un’importanza centrale nella narrazione, non rinunciando ad una spietata analisi dell’egoismo e della mancanza di empatia in un contesto familiare anomalo e solo apparentemente inclusivo e libertario. Se all’inizio i membri della comune appaiono come un gruppo unito eppure attento alle esigenze di ognuno, il film attraverso brevi momenti di intimità familiare (fra tutti il più ricorrente è la tavola imbandita per la cena) svela le tensioni e le difficoltà che si presentano in una convivenza forzata e oppressa dal proposito dei membri di voler perseguire ad ogni costo le proprie (giuste?) convinzioni. Nella grande casa emergono piccoli egoismi e incomprensioni che crescono progressivamente fino ad esplodere in una rottura vera e propria, che vedrà come unica soluzione possibile l’espulsione definitiva di un membro della comunità. Come ne Il sospetto, il lungometraggio di Vinterberg vuole indagare le dinamiche sociali che portano all’esclusione di un membro all’interno di un gruppo chiuso, senza per questo gravare il film di un giudizio moraleggiante sui propri personaggi. Non c’è condanna né empatia, piuttosto un desiderio quasi scientifico di analisi e destrutturazione sociologica di una realtà solo apparentemente tramontata. Il regista mostra quindi l’utopia dello stare insieme in maniera forzata, osservando attentamente ciascun protagonista con le sue peculiarità e i suoi difetti più inspiegabili. Nessuno è perfetto, sembra dirci Vinterberg, ma allo stesso tempo sembra raccontarci come la vita possa in qualche modo flettersi improvvisamente solo per il semplice fatto che l’uomo, apparentemente puro e libero da ogni ostacolo, nasconde dentro di sé le proprie paure e insicurezze che vengono racchiuse in quella casa che diventa piano piano troppo stretta per tutti. Quello che colpisce è la verosimiglianza della storia, così come sorprende e spiazza alcune pieghe che il racconto sin dall’inizio ci mostra. Tuttavia Vinterberg ci ha abituato a storie con maggiore empatia, come nel caso de Il Sospetto. In questo caso il distacco adottato tende a lasciare una distanza insormontabile tra i personaggi e il pubblico, con il risultato di lasciarci immuni da qualsiasi emozione con l’eccezione di Anna, personaggio interpretato magistralmente da Trine Dyrholm. Resta comunque un buon lavoro, sia nello stile che nel contenuto, ma non eccelso come i suoi precedenti.

FL & RLR

Voto: 3 su 5

Il trailer

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