Recensione: Divines

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Genere: Drammatico

Regia:  Uda Benyamina

Cast: Oulaya Amamra, Majdouline Idrissi, Déborah Lukumuena, Kevin Mischel

Durata: 105 min.

Distribuzione: Netflix

 

 

 

Dounia vive in uno dei quartieri più desolati e inquietanti di Parigi, nel mezzo di una baraccopoli (precisamente, un campo rom) e non lontano da una delle banlieue dove lo spaccio di droga rappresenta lo sfondo attorno il quale si svolge la vita ordinaria dei suoi abitanti, oltre a essere, per chi lo smercia, uno dei pochi elementi di sopravvivenza e di inclusione sociale. L’idea attorno al consumo di stupefacenti è che, da un momento all’altro, vendendo pasticche, eroina, cocaina, tu possa diventare qualcuno. La parola che spesso viene menzionata è “money”, forse la vera e propria sostanza che ti garantisce quel sollievo e la capacità di andare avanti, senza voltarti indietro e scoprire come la condizione sociale sia lontana dall’immagine che i protagonisti descrivono. Con i soldi puoi scalare la società, mentre con la scuola, con lo studio, la fatica di compiere un lavoro umile, ma legale, non ti porta da nessuna parte. Il simbolo dell’euro diventa quindi l’unico valore per la gioventù, che non trova altro posto per le amicizie, gli amori, e le relazioni sociali che si è soliti intraprendere lungo la propria esistenza.

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Divinesl’opera prima di Uda Benyamina, vincitore della Camera D’Or come miglior film esordiente al festival di Cannes, sottolinea come la mostra francese quest’anno abbia preso posizione politica sulle scelte dei premi assegnati. I protagonisti della rassegna andata in scena sulla Croisette non sono personaggi pieni di sé, che “ce l’hanno fatta” quando si è soliti affermare parlando di un individuo che, dal nulla, è riuscito nell’impresa di divenire uno degli attori attivi nella scena imprenditoriale o istituzionale. I protagonisti hanno una fisionomia precisa, e si chiamano Daniel Blake, Beatrice, Donatella (le muse del film di Virzì), ma soprattutto sono ben rappresentate dalle sue ragazze presenti in questo piccolo lungometraggio, Dounia e Maimouna, di umili origini e completamente abbandonate dallo Stato e in particolar modo dalla città, che le ha escluse senza alcuna difficoltà. Per questo, non vedendo alcun tipo di protezione, credono che Rebecca, la spacciatrice di quartiere, rappresenti l’àncora e i remi in grado di portarle non solo verso la salvezza, ma verso il successo economico, l’unica alternativa che resta per scappare da quella misera condizione.

Il film vede una scelta accurata delle immagini, con una regia che colpisce nel mostrare la storia delle due protagoniste, aiutata dall’uso di una fotografia dai colori freddi e in alcuni casi spenti. Allo stesso tempo, il regista tiene a distanza lo spettatore, come a sottolineare il distacco nella fruizione di quello che sta accadendo all’interno della banlieue. L’unica presenza di calore attraverso colori caldi e accesi, si trova nelle scene all’interno del teatro, dove la giovane Dounia si perde nei propri pensieri nel momento in cui Djigui prova i passi di danza in preparazione della prima del suo spettacolo. Solo in quel momento (e in un altro che è preferibile non svelare), ci si trova in piena empatia con la ragazza, ascoltando e vivendo le stesse sensazioni che lei prova in quei pochi istanti nei quali si trova in una realtà che sembra accoglierla, anziché respingerla. Divines, per quanto possa aver narrato aspetti già raccontati per mezzo filmico, è un ritratto sincero di come la società si sia trasformata, completamente apatica di fronte alla tragedia e alle difficoltà che molti individui stanno, purtroppo, affrontando.

 

Voto: 4 su 5

 

Il trailer

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