Recensione: Logan

loganGenere: Azione

Regia: James Mangold

Cast: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E. Grant, Boyd Holbrook, Stephen Merchant, Dafne Keen

Durata: 135 min.

Distribuzione: 20th Century Fox

 

 

 

In un futuro non molto lontano i mutanti che fino a questo momento ci hanno accompagnato con le loro avventure sono sull’orlo dell’estinzione. Nel 2029 pochissime persone dotate di abilità soprannaturali ancora vive cercano incessantemente una soluzione per la loro sopravvivenza, nonostante sia in atto una loro emarginazione sociale da parte degli umani. Tra questi c’è Wolverine, autista di notte per le serate folli di gente di alto borgo, e il Professor Xavier, costretto all’isolamento vista la demenza senile che impedisce la possibilità di controllare i suoi poteri. Logan e Calibano cercano in qualche modo di alleviare i dolori di Charles, che tuttavia percepisce la presenza di qualcosa che possa davvero dare una speranza agli individui dotati del gene-x. Nessuno gli crede, fino a quando non sopraggiunge una ragazzina (apparentemente) innocua di nome Laura.

logan-laura

Logan è l’ultimo capitolo della trilogia dedicata al supereroe dagli artigli di adamantio, interpretano dall’immortale Hugh Jackman da ben 17 anni. Nel tempo innumerevoli personaggi hanno cambiato volto, diventando più giovani come nel caso di Spiderman, o più vecchi in quello di Batman. Wolverine è sempre stato lo stesso, nel fumetto come in pellicola. Non cambia, resta sempre immutato. A modificarsi, invece, è tutto ciò che gli sta intorno, tanto che lui stesso crede che la sua stessa presenza sia segno di sventure per le persone a lui care. James Mangold, dopo aver diretto il secondo film ambientato nel Sol Levante, cambia completamente registro, sia nell’ambientazione sia nello stile. The Wolverine mostrava certamente le debolezze di un uomo che, a causa di un siero iniettato nel suo corpo, perde nel tempo la sua immortalità, ma l’elemento dell’azione e della lotta tipico delle pellicole Marvel e degli X-Men era comunque al centro dell’intera storia, tralasciando il contenuto con una storia per nulla rigida come lo scheletro del mutante protagonista, contenendo non poche oscillazioni di ritmo.

Nel caso di questo film, il regista mostra un clima totalmente ostile e che contrasta per tutta la storia i personaggi al centro della narrazione. Parlare di genere post apocalittico è tuttavia fuorviante, dal momento che la vita degli umani non ha per nulla subito drastici cambiamenti: le persone continuano con la loro routine, si divertono, continuano ad avere i loro consueti vizi (dal gioco allo sperpero del denaro per sentirsi superiori), ma soprattutto, si sentono ancora egemoni sulla natura, operando esperimenti sui ragazzini con l’obiettivo di controllare le loro abilità. L’elemento di discordanza di Logan rispetto a tutto il genere supereroistico, è la focalizzazione dei protagonisti. Mentre dal primo X-Men in avanti i mutanti vengono rappresentati come dei personaggi di fatto più forti rispetto agli uomini, con i loro poteri che venivano usati per uno scopo più grande (nel bene e nel male), qui sono mostrati estremamente deboli e vittime del loro tempo. A emergere è quindi, paradossalmente, la paura della morte e la fragilità della vita degli stessi mutanti, per nulla immortali o potenti come nei precedenti capitoli. Wolverine e Professor X si sono spogliati ufficialmente dei loro personaggi, diventando semplicemente James e Charles, degli uomini alle prese con una lotta interna contro i loro stessi poteri. In alcune sequenze del film, infatti, avviene non solo uno scontro mediale tra fumetto e film, ma anche culturale tra il pensiero di Logan e Laura. C’è una distanza abissale tra ciò che viene illustrato nelle vignette (e, implicitamente negli episodi precedenti) e la realtà. È lo stesso Wolverine a dirlo, mostrando un disincanto e una malinconia verso il mondo odierno incapace di tutelare i più deboli, con l’unica differenza che al posto dei più fragili ci sono proprio loro, i diversi.

Logan rappresenta, finalmente, lo step successivo che questo genere aspettava da tanto tempo, con una storia che prende spunto da stili opposti, come il road movie e il western, con questi lunghe sequenze sul deserto che segnano una desolazione non solo superficiale, ma che riguarda la visione di un futuro incerto e instabile. Il film emoziona, stringe il cuore, come del resto la sua colonna sonora, che, nell’inserire Hurt di Johnny Cash, colpisce, ferisce, commuove.

 

Voto: 4 su 5

 

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