Recensione: Ammore e Malavita

Genere Commedia/Musical

Regia: Manetti Bros.

Cast: Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz, Franco Ricciardi, Antonio Buonomo

Durata: 134 min.

Distribuzione: 01 Distribution

 

 

 

Il concorso ufficiale di Venezia 74 verrà ricordato sicuramente per la qualità. Tutti i film si sono contraddistinti per la messa in scena di gran livello e per le loro storie inedite e di forte valenza culturale. Quest’anno tre film in particolare hanno fatto particolarmente discutere. Il primo, Mother! (Qui la recensione del nostro Mattia), ha scatenato un putiferio, dividendo la critica e il pubblico in due fazioni incompatibili. C’è chi lo osannava come un ritorno in pompa magna di Aronofsky dopo l’alquanto discutibile Noah, e c’è chi riteneva il suo ultimo film l’ennesimo capitolo della sua disfatta cinematografica. Il secondo, Una famiglia, ha graffiato sullo schermo del Lido nel narrare la pratica dell’utero in affitto, senza giudizio o presa di posizione, ma raccontando le vicende di una donna in balìa del proprio uomo (o meglio, di un criminale) e incapace di reagire a quanto le succede. Il terzo, invece, è Ammore e Malavita. L’ultimo lungometraggio non è stato apprezzato dalla stampa straniera, ma dall’Italia non ci sono dubbi. Che film! Ma soprattutto, che coraggio, direttore! Molte volte si è scritto sulle difficoltà del cinema italiano di proporre qualcosa di controcorrente, che si distacchi da una produzione incapace di sperimentare. Invece ecco la sorpresa (non tanto inaspettata conoscendo i registi),  un tocco innovativo capace di smuovere un concorso che (nel bene, sia chiaro) ha fatto il suo mestiere con film di ottima fattura ma standardizzati nel loro genere.

Servivano quindi due registi dal profondo sud, i Manetti Bros, a dare colore e vitalità, e ci sono riusciti pienamente. Ammore e Malavita non si prende sul serio, e lo si vede dalle prime sequenze del film, che parte subito con un morto che canta (avete letto bene). In sottofondo, i pianti della gente che saluta il loro boss, ammazzato a sangue freddo in una delle tante faide della Camorra, e una canzone neomelodica a raccontare la tragica sorte dell’uomo (niente spoiler). Il lungometraggio è in effetti un musical, ma è allo stesso tempo una commedia, un crime e una storia di rinascita e di ribellione. Non si sono mancati niente i registi del film, che con Song’è Napule si erano già addentrati nella Napoli contemporanea (e criminale), ma con assoluta leggerezza. Anche qui, non si parla di Gomorra o di Suburra. Al contrario, si scherza con l’immaginario che si è creato attorno a queste realtà. L’oggetto più rappresentativo della cultura sommersa della malavita campana è certamente Scampia. Portata in auge dal racconto di Roberto Saviano, dall’opera di Matteo Garrone e, per ultimo, dalla serie di Stefano Sollima, gli autori di questo racconto hanno compiuto un sacrilegio per chi segue le dinamiche camorristiche o per chi, come alcuni cinefili, adora il genere noir. Il luogo viene svilito di ogni significato di potere, viene spodestato del suo ruolo di terrore e di ogni suo simbolo mafioso. Come? Semplice, con una parodia.

La presa in giro diventa un ottimo strumento di contrasto della cultura criminale, che spesso si ritiene (erroneamente) esaltata proprio da chi la descrive, dagli scrittori, dai giornalisti o dagli sceneggiatori. La soluzione qual’è? Non parlarne? Fingere che questa subcultura non esista? Assolutamente no, e la risposta sotto forma di immagini di questo film ne è la prova, perchè si utilizza una delle tecniche sdoganate dalle diverse organizzazioni. Non di rado si sentono persone delegittimate per la loro lotta alle associazioni di stampo mafioso. E allora perchè non usarlo in chiave satirico contro i fautori di gran parte delle stragi o degli attentati avvenuti in Italia? Perché non detronizzare i carnefici responsabili della crisi sociale di gran parte dello stivale? Detto fatto. L’antidoto somministrato dai dottori Manetti si chiama Scampia Disco Dance, una canzone che, oltre a garantire la risata come effetto collaterale, schiaffeggia a suon di ballo la potenza delle organizzazioni sul territorio. E non è l’unico, dal momento che i personaggi non sono altro che una caricatura farsesca del tipico membro della Camorra, a partire dal boss Don Vincenzo, interpretato da Carlo Buccirosso, un personaggio al quale importa solamente del proprio ego. Anche la moglie Donna Maria, dal volto di Claudia Gerini, raffigura l’iconologia della donna forte, che fa di tutto pur di compiacere il suo amore e per mandare avanti l’intero clan. L’outsider Ciro, la tigre umana impersonata da Giampaolo Morelli, rappresenta invece il personaggio che è in contatto con entrambi i mondi, quello marcio, criminale e senza pudore, e quello puro, sensibile e morale quando incontra dopo tanto tempo Fatima, un’infermiera in servizio in ospedale quando il ragazzo è in d’azione per conto della Camorra.

Amore e malavita è un film riuscito alla perfezione, capace di usare le caratteristiche del noir, dalle musiche allo stile fino alle diverse citazioni (uno di questi, la saga di 007), e reinventandole in toto per mezzo del mix equilibrato tra commedia e musical. Da vedere.

Voto: 3,5 su 5

Il trailer

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