Recensione: Anna Karenina

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Regia: Joe Wright

Cast: Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Matthew McFayden

Durata: 130 minuti

Distribuzione: Studio Canal

Dopo “Espiazione” e “Orgoglio e pregiudizio”, Joe Wright è sempre più sicuro dei propri mezzi e traspone uno dei classici della letteratura russa, “Anna Karenina” di Lev Tolstoij. Classico anche nell’universo cinematografico (Greta Garbo ad esempio, né interpretò due versioni, una muta e una sonora). Una scommessa, quella di Wright, coraggiosa, alla quale va riconosciuto il merito di stupire, anche senza trasformare questa moderna versione di Anna in un’opera indimenticabile. Anna, interpretata da Keira Knightley (ormai attrice feticcio e talismano di Wright), è una donna sposata da giovane età con Karenin, alto funzionario del governo russo, freddo, poco amorevole, ma giusto, ponderato e sempre “misurato” in tutto ciò che dice e ciò che fa. Anna, mal tollera la natura del marito ma adempie appieno alle aspettative della società: gli dà un figlio, è donna virtuosa. Un giorno Anna, durante uno spostamento in treno conosce la contessa Vronsky, madre di un affascinante conte, che avrà modo di incontrare una volta sbarcata a Mosca. Tra i due si accende il fuoco dell’amore, inizialmente osteggiato dalla stessa Anna, intenta ad assolvere al suo ruolo di moglie e madre. I fatti precipiteranno, trascinando la donna e il suo amante in un circolo vizioso senza apparente via d’uscita. Wright porta sullo schermo (in modo efficace) l’ipocrisia della classe dirigente russa, chiusa in schemi vetusti, in precetti sociali rigidi che non lasciano adito a giustificazioni (“Andrei a trovare Anna se avesse infranto la legge, ma ha infranto le regole”), una società altera, con norme morali e di etichetta che si sbriciolano grattando un po’ di più con le unghie delle mani. Schemi e regole che intrappolano Anna e la sua vita. Amore, tentazione, peccato, redenzione, pentimento, Wright non lascia nulla al caso e gira tutto il film in un teatro, dove il palcoscenico è fatto di muri scorrevoli, modellini di treni che assurgono a veri mezzi di trasporto, dove la società è rappresentata come un continuo turbinio di scatole in movimento. Jude Law bravo, come sempre nella parte dell’ “algido” marito, Keira Knightley, leziosa, sempre fine a sé stessa, che non fa altro che rafforzare la convinzione che la recitazione (quella con la R maiuscola) non sia proprio la sua strada. Musiche superlative, costumi che sono valsi un Oscar. Un buon prodotto, onesto, ma che forse non crea sufficiente empatia con lo spettatore da risultare un’opera imprescindibile.
MB

Voto: 3 su 5

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