Roma, quale identità?

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Qualche giorno fa si è conclusa la nona edizione del Festival del Film di Roma con il dato positivo dei numeri: ottantamila presenze e oltre cento films presentati, ottantadue delegazioni e diverse stars che hanno calcato il red carpet, da Kevin Costner a Richard Gere, da Clive Owen a Benicio Del Toro. Ma delle ombre si allungano, ora che il sipario è stato calato; molte domande sul futuro della kermesse romana si moltiplicano. Il mandato di Müller (il direttore artistico delle ultime tre edizioni ndr) scadrà a dicembre e per il 2015 restano molte incognite, ad iniziare dall’organizzazione o meno della decima edizione. Nelle scorse settimane si sono rincorse voci che il Festival di Roma potrebbe essere accorpato al Roma Fiction Fest di Carlo Freccero (che ha luogo a settembre), ma per il momento siamo nel campo delle congetture. Il Festival di Roma ha voluto, fin dalla sua nascita essere un evento di primo piano nel panorama italiano, tanto da superare, con gli anni, gli investimenti milionari della Mostra di Venezia. Per dare un ordine di grandezza l’edizione 2013 di Venezia costò nove milioni di euro, Roma tredici. Una “macchina” che ha trovato terreno fertile nei numerosissimi sponsors privati e nelle istituzioni ma, va da sé, Roma non è Venezia, non ha lo stesso fascino e non ha la tradizione cinefila propria della Laguna. Ma la responsabilità più grande degli organizzatori è stata senza dubbio il non dare in tutti questi anni, ed in particolare in questa nona edizione, un’identità al Roma FilmFestival, che potesse rappresentare un’entità diversa dalla Mostra di Venezia, un carattere distintivo che potesse renderlo un evento necessario per il Cinema in Italia e all’estero. Ne è sortita una sorta di replica dello storico festival lagunare in salsa “marchettara”, voluto dall’alto, ad uso e consumo della politica e del mondo dello spettacolo. A dare ulteriore fiato a questa non-identità è stata la scelta, a parere di chi scrive poco lungimirante, di lasciare decidere i premi più importanti al pubblico che ha certo, da un lato, “democraticizzato” il festival ma, dall’altro, ne ha svalutato la vocazione più prettamente cinefila, non stabilendo più un confine tangibile tra valutazione critica di una giuria di esperti e gusti popolari, creando così un calderone di titoli, dove avrebbe vinto il più furbetto e forse non quello di maggiore qualità. E così è stato. A vincere è stato “Trash” di Stephen Daldry, che ha battuto diversi agguerriti concorrenti, primo tra tutti “Gone girl” di David Fincher. Per la sezione “Cinema oggi” ha vinto il lavoro di Xu Ang, “12 citizens”, mentre nel “Mondo genere” ha prevalso “Haider” di Vishal Bardwaj. Per la sezione “Cinema Italia” il primo premio è stato di “Fin qui tutto bene” del pisano Roan Johnson. Nel complesso una kermesse che ha funzionato, malgrado il non elevato numero di titoli di altissimo livello (nella sezione principale “Gala” erano in gara titoli tutt’altro che entusiasmanti quali “Soap Opera” e “Andiamo a quel paese”) e poche “prime” internazionali (buona parte dei film in cartellone erano stati presentati altrove, ad esempio al Toronto Film Festival). Il 2015 vedrà (?) l’edizione numero dieci ma molte sono le decisioni da prendere per salvare il Festival del Film di Roma: resta da decidere il nuovo direttore artistico e poi c’è quell’identità che manca da sempre e che potrebbe stabilire se continuare a vivere o, invece, morire.

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