Recensione: Il Regno dei Sogni e della Follia

il regno dei sogni e della follia

Genere: Documentario

Regia:  Mami Sunada

Cast: Hideaki Anno, Hayao Miyazaki, Toshio Suzuki, Isao Takahata

Durata: 118 min.

Distribuzione: Lucky Red

 

 

Il fascino dell’animazione è qualcosa di indescrivibile. Osservare delle immagini statiche prendere forma attraverso un movimento armonico sottolinea l’aspetto affascinante, incantevole del cinema. Vi siete chiesti però in che modo sono creati questi straordinari lungometraggi? Ce lo spiega Mami Sunada, che con una semplice videocamera ci porta all’interno dello Studio Ghibli, storica casa di produzione giapponese fondato da Hayao MiyazakiIsao Takahata. L’occhio meccanico entra nella struttura che ha regalato capolavori come Porco Rosso, Principessa Mononoke e La città incantata, intervistando il produttore Suzuki Toshio e il maestro Miyazaki durante la stesura del suo ultimo lungometraggio da regista: Si alza il vento. Due volti complementari se si pensa all’enorme macchina che dal 1983 ha portato alla luce Nausicaä della Valle del vento: da una parte la creazione dell’opera, dall’altra l’organizzazione produttiva e il mantenimento economico dell’azienda (gestione delle risorse, ricerca di finanziamenti, vendita dei gadget).

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Qui non si vedono solamente le realizzazioni degli ultimi lungometraggi d’animazione dei due pilastri dello Studio Ghibli (anche se nel caso di Takahata la fase di creazione non viene mostrata nel film). Ne Il Regno dei Sogni e della Follia si può notare l’esistenza di un legame tra i dipendenti che va al di là di un semplice patto tra lavoratori. La sensazione è che all’interno di questa piccola fabbrica dell’immaginario si sia instaurato un rapporto familiare, dove ogni persona viene valutata in base alla loro capacità e alla loro qualità. Non sono semplicemente pedine, ma sono assolutamente fondamentali per il regista nella fase di compimento dell’opera. Perché di opera si parla. A differenza di altri studi cinematografici di film d’animazione, dove il digitale ha ormai sostituito le tecniche manuali, lo Studio Ghibli è riuscito a mantenere l’aspetto artigianale durante la lavorazione della pellicola. Ogni sequenza viene minuziosamente ricreata da ciascuno dei 100 lavoratori che erano impiegati nella realizzazione di Si alza il vento, segno di come la tradizione si sia mantenuta nel tempo nonostante l’evoluzione tecnologica. Un altro aspetto che colpisce nel film è la figura del Maestro dell’animazione: Miyazaki viene mostrato con un carattere altalenante, e questo certamente influiva nei lungometraggi. La gioia di vivere, la speranza e la felicità sono spesso contrastati da sensazioni di malinconia, di disillusione verso il futuro sempre più oscuro, soprattutto dopo la recessione nel 2008 e il disastro nucleare a Fukushima (in una scena del film si definisce un “uomo del ventesimo secolo”, che non vuole avere niente a che fare con il ventunesimo). Nel caso del suo ultimo lavoro, si può osservare come in genere nessuno sa come andrà a finire. Nemmeno il regista conosce il finale, poiché è il film stesso a modellarsi nel tempo, mentre l’autore assiste e si lascia trascinare senza alcun freno alla creatività. È proprio questo il segreto dello Studio Ghibli che fino adesso è stato nascosto, e che garantisce il successo alle opere di Miyazaki. Nel complesso il documentario, con il giusto peso, racconta la giornata del Maestro senza eccedere in forti sentimentalismi, ma tenendo quel rispetto e quella distanza tale da lasciare spunti di riflessione sul cinema d’animazione giapponese. Un vero peccato che questa storia sia giunta al termine, ma questo film resta, perché è il giusto omaggio a una delle poche aziende che ci hanno fatto veramente sognare ad occhi aperti.

Voto: 3,5 su 5

Il trailer

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