Recensione: Room

room Genere: Drammatico

Regia:  Lenny Abrahamson

Cast: Brie Larson, Megan Park, William H. Macy, Jacob Tremblay, Joan Allen

Durata: 118 min.

Distribuzione: Universal Pictures

 

 

 

Room. La stanza. Un posto nel quale due persone, Jack e Joy, costruiscono una fetta importante della loro vita. Il piccolo non sembra essere a disagio. In quella stanza ha ricreato il suo mondo in miniatura, visto che non conosce nulla di quello che sta fuori. Per lui oggetti come la pianta sul comodino, il bagno, l’armadio, non  rappresentano elementi statici, ornamentali e prive di anima, ma possiedono un’aura, una caratteristica con la quale interagire e stabilire una relazione con la propria fantasia. Per Ma (così la chiama Jack) tutto questo vuol dire prigionia e dolore, visto che sette anni fa è stata rapita e continuamente violentata da quello che definiscono “Old Nick”, un uomo spregevole che fornisce il minimo indispensabile per la loro sussistenza. La donna per tutto questo tempo ha cercato di proteggere il bambino non solo dalla brutalità e dalla violenza di Nick, ma da quella cruda verità che solo lei conosce e che ha cercato fino ad ora di nascondere agli occhi di Jack. La stanza, tanto “accogliente” al ragazzino tanto da costruire le sue uniche certezze (dalla tv che che rappresenta la scatola magica che fornisce i mezzi per sopravvivere, al premio della domenica per il loro comportamento) altro non è che una reclusione dall’immensità e dalla grandezza del mondo.

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Il lavoro di Lenny Abrahamsson, pur possedendo una fluidità e linearità nel racconto, è spigoloso e complesso nelle sue parti. Quello che si mostra è una storia che, come pugni, colpisce senza alcun rimorso. Non cerca giustificazioni, e nemmeno motivazioni di quello che accade. Dalle prime immagini ci si trova immediatamente in quell’orrore, una realtà nella quale la donna non trova via d’uscita. Nemmeno il tentativo di interagire con il bambino, condividendo il suo mondo creativo e lontano da quella mostruosa condizione, riesce a portare serenità a Ma. Quei sorrisi al bambino sono di facciata, come la loro stessa vita in quei tragici anni passati in quella capanna, con il solo lucernario a mantenere il contatto con l’esterno. Quel periodo nella “stanza” non ha solamente rovinato l’esistenza di quei personaggi, dall’infanzia di Jack all’adolescenza di Joy, ma ha determinato una linea di demarcazione tra verità e finzione. La donna ha dovuto recitare una parte al fine di occultare ciò che sta fuori quel quadrato fatto di muri insonorizzati. Ma quel ruolo alla fine si è rivelato un macigno troppo pesante da portare avanti, e tutto questo viene segnalato dal regista grazie all’utilizzo di inquadrature precise e taglienti, come quella nella quale viene mostrata una foglia appoggiata sul vetro dell’unica finestra in grado di mostrare segni di vita al di fuori della stanza. La tensione che si viene a formare è qualcosa di potente, che sale piano piano fino a scoppiare, in un  miscuglio emotivo che va dalla claustrofobia alla paura verso quel mostro che ha reso la loro vita un inferno. La bravura di Brie Larson sta nel proiettare questi tormenti attraverso l’espressività del volto, oltre a una recitazione da togliere il fiato, tanto da aggiudicarsi (meritatamente) l’Oscar come migliore attrice. Room è un film estremamente potente. È riuscito a prenderti, legarti alla poltrona e farti vivere quel tragico momento in silenzio, senza che tu possa reagire davanti a tutto ciò. Una pellicola da togliere il fiato.

Voto: 4 su 5

Il trailer

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