Recensione: Arrival


Genere: Fantascienza

Regia: Denis Villeneuve

Cast: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma

Durata: 116 min.

Distribuzione: Warner Bros

Che cosa succede se un giorno, in una tranquilla giornata di routine, degli oggetti a noi sconosciuti improvvisamente si mostrano nella loro immensità dinanzi ai nostri occhi? Quali sono le nostre reazioni? Paura, terrore, panico, senso di impotenza. È quello che accade alla giovane Louise, docente universitaria di linguistica che, durante la sua lezione ordinaria sull’origine della lingua portoghese, si trova davanti a una sala completamente deserta. Tutti sono davanti alla televisione ad assistere a questo tragico spettacolo. Delle navicelle con una forma rocciosa galleggiano in aria in 12 paesi nel mondo, ma nessuno riesce a trovare una risposta certa al motivo della loro apparizione. Sono qui per attaccarci o per salvarci? Per comprendere le loro vere intenzioni, il governo americano decide di portare la professoressa nel luogo dove uno di questi massi fluttuanti si è fermato, cercando di trovare un sistema in grado di poter stabilire un contatto diretto con questi alieni.

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Denis Villeneuve, il Sicario del cinema americano, in attesa di assistere al ritorno nel mondo di Blade Runner, ci trasporta verso una vicenda altrettanto suggestiva e complessa da decifrare. Arrival , in concorso a Venezia 73, è una dimostrazione chiara su come sia possibile mettere in relazione l’autorialità con un genere commerciale e di facile comprensione. Qui non ci si trova dinanzi a scelte tragiche e immediate che provocano una guerra senza fine (come nel caso de La guerra dei mondi di Spielberg o del blockbuster Indipendence Day). Qui Villeneuve mette in campo con assoluta competenza il complesso tema del linguaggio come strumento essenziale per la lettura è la comprensione del mondo e della realtà che ci circonda, come  in un altro film del papà della fantascienza Incontri ravvicinati del terzo tipo. La comunicazione, il rapporto tra i segni e i suoi significati, sono aspetti che vengono analizzati con assoluta cura nei dettagli senza appesantirne la fruizione.

Inoltre in questo lungometraggio si notano molti riferimenti già trattati da Kubrick in 2001: Odissea nello spazio. Le navicelle che spuntano dall’alto rimandano al monolite che trasporta un messaggio importante per il futuro della specie, la conoscenza che si mostra all’uomo nella sua grandezza. Le inquadrature in campo lungo con movimenti di macchina lenti e costanti, marchio di fabbrica dello stesso Villeneuve che in Sicario ci mostrava la magnificenza dei deserti del Messico, anche qui presentano la natura imperfetta e impercettibile dell’essere umano di fronte alla superiorità tecnica e mentale degli alieni.  La regia, supportata da una fotografia dai colori freddi, passivi, riesce a garantire il senso di malinconia e di disagio psicologico dei protagonisti. Ottime le interpretazioni di Amy Adams, assolutamente perfetta nella parte, capace di trasmettere sensibilità e  e di Jeremy Renner, che appoggia arco e frecce per assumere le redini del film e del futuro del genere umano assieme a Louise. Arrival è un film che riesce a porre i giusti quesiti usando il linguaggio della fantascienza. Come si fa a comprendere il diverso, la persona che ti sta di fronte se non usi i segni, i frame, i codici comuni che permettono agli individui di porsi allo stesso piano e comprendere la visione nel suo insieme? Ai posteri l’ardua sentenza.

Voto: 4 su 5

Il trailer

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