Recensione: Brimstone


Genere: Drammatico

Regia: Martin Koolhoven

Cast: Guy Pearce, Carice van Houten, Kit Harington, Dakota Fanning, Paul Anderson

Durata 148 min.

Fede. Peccato. Castigo. Queste tre parole potrebbero riassumere non solo l’intero film, ma anche le gratuite violenze subite dal pubblico durante la visione di Brimstone, il film di Martin Koolhoven in concorso a Venezia 73. La religione secondo l’autore olandese può essere rappresentato da un termine emblematico: prigione. Questo andrebbe contro ai valori teologici di libertà, amore, rispetto del prossimo. Ma qui la religione assume una veste totalmente opposta, come se dal bianco candido e puro si passi a un nero che non lascia spazio ad alcuna speranza di vita. Questo viene incarnato dal Reverendo, un uomo che ritrova nella Bibbia ogni giustificazione ai comportamenti della comunità. E questo Liz, la figlia, lo sa molto bene, visto che vede la madre continuamente torturata dal padre perché non rappresenta l’ideale della donna puritana, la donna che, come da tradizione, deve sentire la chiamata del Signore per diventare serva della Chiesa e dei suoi ideali.

La storia di Birmstone si divide in paragrafi, ciascuno rappresentante uno dei capitoli del libro sacro. La tensione narrativa, in parte dovuta alla scelta di non presentare la vicenda di Liz in modo lineare, è l’unico punto di forza del film, che riesce a tenere il pubblico sulle spine come se soffrissero le pene dell’Inferno assieme alla protagonista. La regia, seppur con difetti da tenere presente, riporta in luce un western di molteplici sfumature. Da un inizio tipico del genere horror (con scene alquanto raccapriccianti), il film acquista il suo colore originale, quello del deserto e della desolazione più assoluta, per poi trovare la via di fuga verso un thriller che raggiunge alla fine il senso del ridicolo. Se è vero che fino ai primi tre capitoli il film possiede un senso complessivo chiaro, nonostante scelte narrative discutibili e un uso iperrealistico della violenza che possono certamente turbarne la visione , l’ultimo riesce nell’impresa  di mettere in contraddizione quanto è stato mostrato fino a quel momento, lasciando solamente il ricordo di una violenza che non ha lasciato ferite profonde e rilevanti. Tutto quello che si vede è uno spettacolo di sangue che avrebbe avuto un senso se veicolasse un messaggio logico, positivo o negativo che sia. Lo stesso vale per i protagonisti del film, ben caratterizzati all’inizio e costruiti superficialmente man mano che la storia prosegue. Guy Pearce non basta a dare credibilità a un personaggio fuori dal suo genere. Se, come si dice, la tonaca non fa il monaco, anche qui la confusione regna sovrana, con un personaggio apparentemente demoniaco ma che si trova a cavallo tra un padre desideroso di possedere ciò che gli spetta per diritto divino, e l’incarnazione metafisica del diavolo. Lo stesso vale per Dakota Fanning, dove la sua interpretazione molto convincente non è sorretta da una sceneggiatura che, come già sottolineato, si perde in simbolismi contrastanti rispetto alla tesi iniziale. In conclusione, Birmstone è la dimostrazione di come gli ultimi minuti possano essere cruciali di tutta la pellicola. Poteva essere un ottimo lavoro, ma quello che rimane, purtroppo, è la perversione di un uomo che pensa di stare al centro dell’universo. Un pensiero superato, come lo stesso film.

Voto: 2 su 5

Il trailer

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mattia Bertaina ha detto:

    Anche troppo generoso… 😛

    Mi piace

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