Recensione: The Light Between Oceans

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Genere: Drammatico

Regia: Derek Cianfrance

Fotografia: Adam Arkapav

Musiche: Alexandre Desplat

Cast: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz

Durata: 133 min.

Distribuzione: Eagle Pictures (febbraio 2017)

 

Presentato con nove candidature alla Mostra del Cinema di Venezia, The Lights Between Oceans di Derek Cianfrance è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di M. L. Steadman. Il regista americano, conosciuto per i precedenti Blue Valentine e Come un tuono non abbandona il genere drammatico, portandolo anzi ad un’esasperazione narrativa ulteriore. La coppia di protagonisti, Michael Fassbender e Alicia Vikander, interpreta due giovani sposi, Tom e Isabel, abitanti di una terra a metà tra i due oceani, Pacifico ed Atlantico, in un’isola sperduta di cui Sebastian è il custode. La narrazione tradisce fin dalle prime movenze un andamento malinconico, preludio al melodramma, nel sottaciuto trauma dovuto alla guerra che adombra il volto di Tom e nella più carnale dannazione personale di Isabel, che subisce numerosi aborti spontanei. Le loro esistenze saranno scolvolte dal salvataggio di una neonata, trovata su di una barca a remi abbandonata dall’oceano sulle spiagge dell’isola, insieme ad un cadavere, che la coppia decide di occultare, prendendosi cura dell’infante.

La pellicola si interroga principalmente sul tema della maternità e dell’appartenenza di un figlio ai propri genitori. Il tema, non nuovo al mondo del cinema, qui viene declinato da un’analisi visiva del senso di rimorso che attanaglia il protagonista maschile, agente della consapevolezza, almeno per la prima parte del film, e unico vettore di analisi del concetto di possesso genitoriale sulla propria prole. Il confronto interpretativo tra Fassbender e Vikander, non riesce ad incidere efficacemente all’interno del racconto, rappresentando, sorprendentemente, uno dei minori punti di forza del film. La sceneggiatura, seppur solida, tende alla ridondanza stilistica, evidenziata anche dalla persistenza nell’espressione del conflitto coniugale e della tragicità con cui vengono levigate le interpretazioni, portando ad un sovraccarico drammatico. Uno dei momenti più strazianti coinvolge la giovane protagonista, bambina confusa tra due madri diverse, ignara e incolpevole attrice nel dramma della violenza tra due maternità prepotenti.

Dal punto di vista formale la realizzazione del film è ineccepibilmente curata. La perfetta fotografia di Adam Arkapav inquadra con maestosità le infinite sfumature di luce dei luoghi in cui sono state effettuate le riprese. Il suggestivo faro di Cape Campbell, nel sud della Nuova Zelanda, è il vero protagonista della narrazione, avvolgendo il racconto nel fascino della sua luce, evidenziando non solo il contesto liminare in cui vivono i protagonisti, ma diventando metafora stessa della fugacità con cui i legami umani, anche di sangue, posso scivolare attraverso le brevi esistenze umane.

Voto: 2 su 5

Il trailer

3 Comments Add yours

  1. Ivan ha detto:

    Peccato per il passo falso di Cianfrance (non ho visto il film ma ne ho letto i demoralizzanti pareri), Come un tuono è un dramma che mi ha davvero commosso. Speriamo si riprenda al più presto 😉

    Bell’articolo comunque!

    Liked by 2 people

    1. lapinsu ha detto:

      Come un tuono era piaciuto anche a me.
      Purtroppo per questo nuovo film i presupposti per il polpettone c’erano tutti: alla fine però mi toccherà vederlo lo stesso, c’è la Rachel e non posso mancare all’appello 😀

      Liked by 2 people

    2. Francesco Lughezzani ha detto:

      Ti ringrazio Ivan! Il lungometraggio è sostanzialmente una delusione, soprattutto per la ripetitività delle interpretazioni. In extrema ratio, se andrai a vederlo, potrai perderti nella meravigliosa fotografia, che forse sola vale il prezzo del biglietto.

      Mi piace

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