Recensione: Io, Daniel Blake

io-daniel-blakeGenere: Drammatico

Regia: Ken Loach

Cast: Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner

Durata: 100 min.

Distribuzione: Cinema

 

 

 

Daniel Blake è un falegname di New Castle che che ha sempre lavorato con dedizione per quasi quarant’anni. Arrivato sulla soglia dei sessanta, il suo unico punto debole si chiama tecnologia. “Aggiusto tutto, a parte i computer” afferma Blake in una delle sequenze del film. La digitalizzazione della burocrazia britannica infatti crea non pochi problemi al protagonista, soprattutto dopo l’attacco cardiaco che ha avuto negli ultimi giorni. I medici hanno certificato l’impossibilità di un lavoro stabile, e per questa ragione l’uomo decide di chiedere il sussidio di invalidità allo Stato, che per pochi punti gli viene respinta. In poco tempo si trova a essere disoccupato e senza un reddito minimo per vivere. Non è il solo. Nell’ufficio di previdenza sociale incontra Katie, una giovane ragazza senza lavoro che è stata costretta ad andarsene da Londra con due figli appresso senza una chiara prospettiva per il proprio futuro.

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Ken Loach non si smentisce mai. Ogni suo film è riuscito sempre a regalare al pubblico una varietà di sensazioni, a strappare qualche risata e allo stesso tempo offre uno sguardo critico e politico sul contesto di riferimento che viene narrato dal film. In Io, Daniel Blake c’è stata tuttavia una svolta: anziché una commedia cupa, che racconta la classe proletaria con uno stile ironico ma pur sempre vero (come La parte degli angeli e Il mio amico Eric), qui il processo è inverso. Loach abbandona il filtro della commedia e racconta la realtà senza freni, anche se non mancano i tocchi sarcastici lasciati dalle precedenti opere. Nel film si ride del paradosso della società, delle contraddizioni burocratiche che rendono impossibile la vita dei due protagonisti. Si ride perché sembra non esserci alternativa, ma è proprio in quelle risate che Loach incide attraverso il racconto del reale, spesso abbandonato dai media e dalla politica perché troppo scomodi e spiacevoli elettoralmente.

Loach da questo punto di vista è sempre stato coerente dal primo all’ultimo lungometraggio. La lente della macchina da presa è sempre stata rivolta nei luoghi dove le grandi produzioni o le televisioni mettevano alle loro spalle o nello sfondo. I personaggi non sono supereroi, non sono i borghesi con problemi d’amore, ma sono persone comuni, umili e senza nulla da perdere. Il suo metodo narrativo ha sempre mischiato la finzione con gli strumenti tipici del documentario, narrando e allo stesso tempo descrivendo la realtà che lo circonda senza facili artifizi. Daniel e Katie vengono presentati per come sono, dei personaggi semplici ma con in comune la solitudine e l’abbandono da parte delle istituzioni. Il primo è un uomo generoso, che aiuta sempre il prossimo a prescindere di cosa fanno, dal vicino che vuole vendere scarpe a poco prezzo perché il suo lavoro non gli da altro che dispiaceri, alla giovane appena arrivata dalla capitale senza lavoro e senza nessuno a cui appoggiarsi. La seconda è una donna coraggiosa, che cerca di mettere al primo posto i figli, tanto da rimanere sveglia la notte per lavare le piastrelle sporche della vasca pur di garantire loro un bagno caldo. Che cos’hanno in comune questi personaggi? Entrambi hanno perso tutto, la famiglia, la moglie, e sono nel punto di non avere più la dignità, l’elemento cardine che contribuisce all’individuo di divenire un cittadino. “Se perdi rispetto per te stesso, sei finito” afferma Il protagonista nel film. La pellicola di Ken Loach mostra proprio questo: la forbice sociale che vieta ai deboli di ricevere i loro diritti fondamentali e la distanza abissale tra lo Stato e la propria comunità. Dopo la visione di questo film, è difficile non immedesimarsi in quella frase che Katie pronuncia in una delle scene più toccanti del film, “Io sono Daniel Blake, un cittadino…niente di più…niente di meno…”.

 

Voto: 5 su 5

 

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