Recensione: Monolith

monolith

Genere: Drammatico

Regia:  Ivan Silvestrini

Cast: Katrina Bowden, Brandon Jones, Justine Wachsberger, Damon Dayoub, Andrea Ellsworth

Durata: 87 min.

Produzione: Sky Cinema/ Sergio Bonelli

 

Vi presento Monolith, la macchina perfetta capace di proteggerti in ogni evenienza. Non esiste nessuna auto al mondo in grado di garantirti una guida così confortevole e sicura, perché a seconda della persona presente durante il viaggio, Lilith (così si chiama il sistema) è capace di riconoscere ogni sua caratteristica grazie al suo computer di bordo di ultima generazione. In più con l’applicazione del cellulare si può interagire direttamente con il cuore pulsante del veicolo anche da lontano, uno strumento utile soprattutto nei casi di pericolo immediato proveniente dall’esterno. Una smart car, usando un eufemismo; l’auto che molti sognerebbero di avere; un bunker indistruttibile a quattro ruote che ti regala sollievo e serenità per tutto il viaggio. Sandra, una ragazza con un passato da cantante pop, è una delle poche a permetterselo, sposata con un produttore discografico di grande fama e con il quale ha avuto un figlio, Daniel, un bambino vivace e espansivo.  Una serie di imprevisti la spingerà nel paesaggio incontaminato del Grand Canyon, dove in assoluta solitudine si troverà ad affrontare diversi pericoli per salvare ciò che ama di più al mondo.


Monolith, presentato in anteprima nazionale alla 16° edizione del Trieste Science+Fiction Festival, rappresenta la prosecuzione del filone intrapreso negli ultimi anni in Italia nel campo del cinema di genere, da tempo abbandonato per una serie di ragioni ancora inspiegabili. Senza tirare fuori gli esempi precedenti per non sembrare ripetitivo ed estenuante, il film di Ivan Silvestrini è l’ennesima conferma che qualcosa di veramente interessante si sta muovendo, seppur la rivoluzione in atto sia ancora silenziosa e riferita a un gruppo molto preciso di autori. Per quanto riguarda le produzioni cinematografiche italiane, si sta iniziando piano piano a prendere coraggio e a gettare il cuore oltre l’ostacolo verso percorsi narrativi assolutamente nuovi per il pubblico. Se poi alle redini della storia ci metti Roberto Recchioni, autore della Sergio Bonelli che ne ha curato il soggetto iniziale, allora più che coraggio, si ha di fronte alla certezza di un progetto di ampio respiro, che passa anche per via illustrata, grazie a una graphic novel scritta dallo stesso Recchioni e da Mauro Uzzeo, e disegnata da Lorenzo LRNZ Ceccotti, che in questo film è stato anche il curatore del progetto del veicolo in ogni suo aspetto.

La pellicola, oltre a rappresentare il rischio nel delegare numerose (forse anche troppe) mansioni alla tecnologia, è soprattutto un ottimo affresco delle reali difficoltà di una madre nella gestione di un figlio, soprattutto se nella fase di crescita rappresenta l’unica persona a prendersene cura, vista la totale assenza del padre per la quasi totalità del film. L’unica eccezione riguarda una delle sequenze iniziali, dove l’interazione tra Sandra e il marito si gioca solamente nel campo virtuale. L’effetto, anziché di  vicinanza, decreta la completa distanza della coppia, unita solo dalla presenza di Daniel all’interno del veicolo. Un altro aspetto riuscito del film è l’evoluzione del personaggio interpretato da Katrina Bowden. Da una fase certamente complicata, dove la protagonista viene raffigurata completamente sola e in balìa del figlio, si passa a una fase in cui Sandra si trova a essere completamente vittima degli eventi. Non riesce perché  ha davanti a sé qualcosa di più grande di lei (l’auto), ma soprattutto perché è in un momento di assoluta debolezza. Nemmeno il bambino riesce a identificarla come madre (tanto che in molte scene Daniel si riferisce a lei con il suo nome, non con l’appellativo “mamma”), perché non si percepisce il legame tra loro. Solo con il passare del tempo la donna prende realmente coscienza del suo ruolo, ed è il momento di maggiore tensione del film, dove il regista riesce a mantenere un livello di suspence fino al termine della storia. Monolith, nonostante la parte centrale nella quale si nota un drastico calo di ritmo, rappresenta una prova di regia di Silvestri all’altezza delle aspettative, confezionando un prodotto di ottima fattura, dall’uso di inquadrature a campo lungo che descrivono l’ambientazione suggestiva e isolata del Canyon, a piani sequenza che segnano il tortuoso cammino della protagonista verso il proprio obiettivo.

 

Voto: 3,5 su 5

 

Il trailer

 

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