Recensione: Il permesso – 48 ore fuori

Genere: Noir

Regia: Claudio Amendola

Cast:  Luca Argentero, Claudio Amendola, Giacomo Ferrara, Valentina Bellè, Antonino Iuorio

Durata: 91 min.

Distribuzione: Eagle Pictures

 

Quattro storie. Quattro detenuti riescono a ottenere un permesso di 48 ore, un periodo estremamente prezioso vista la lunga permanenza che questi dovranno scontare nel carcere di Civitavecchia. C’è chi è dentro per traffico di droga, chi per un furto andato male, e chi invece per duplice omicidio. Quattro vite distanti, ma accomunate da un breve lasso di tempo in cui possono essere liberi, liberi di abbracciare la propria famiglia, i propri amici e, purtroppo, i nemici, gli avversari che avevano lasciato alle spalle. È la vita che conoscevano? Cos’è cambiato dopo tutti quegli anni passati in galera, lontani dalla realtà e da una società completamente mutata?

Queste domande troveranno seguito in questo secondo film di Claudio Amendola Il permesso – 48 ore fuori. La pellicola vede nella parte di scrittura Giancarlo De Cataldo, il padre del nuovo filone del genere gangster-noir grazie a Romanzo Criminale e Suburra, i quali hanno avuto entrambi una trasposizione cinematografica e seriale negli ultimi anni. L’opera di Amendola possiede pregi e difetti, come del resto anche i suoi personaggi messi in scena in un’epoca di estrema incertezza e precarietà. Il primo problema di questo lungometraggio è il rapporto tra suono e immagine, tra la scelta della colonna sonora e le sequenze di tensione dove i protagonisti si trovano a dover fare i conti con il passato e con la propria ombra. In moltissimi casi (non tutti), anziché contribuire a fortificare la scena, elevando il livello di suspence e travolgendo emotivamente lo spettatore in quella sequenza, questo connubio tra sonoro e visivo provoca una sensazione di fastidio e di rumore, impedendo una possibile immedesimazione nel personaggio.

Un altro punto riguarda la struttura narrativa del film. Funziona l’idea di intreccio di alcuni personaggi nella storia, nonostante inizialmente, con la scena iniziale dell’uscita dal carcere, l’impressione era che le strade che i quattro protagonisti (Donato, Luigi, Angelo, Rossana) erano destinate a diramarsi, non incontrandosi mai. Purtroppo il tempo ristretto del film non permette un analisi approfondita del loro passato, riconducibile a qualche dialogo nell’arco dell’intera narrazione. Tuttavia, tra gli elogi da fare al regista, sta nel raccontare due generazioni a confronto, due blocchi rappresentati da una parte da Donato (Luca Argentero) e Luigi (Claudio Amendola), dall’altra Angelo (Giacomo Ferrara) e Rossana (Valentina Bellè), uno scontro in un contesto di estremo isolamento non solo sociale, ma anche all’interno dei propri sistemi di relazioni. Angelo, nonostante gli amici continuino nella loro strada che riguarda i furti, con il carcere vede sempre più lontano il proprio pensiero rispetto al loro, così come c’è una distanza incolmabile tra la famiglia di Luigi, con il figlio deciso a seguire le sue orme nonostante la sua contrarietà, e di Rossana, con la madre che non riesce più nemmeno a guardarla. Nonostante il fastidio che riguarda la scelta sonora che strizza l’occhio a un film già vecchio, in stile anni ’90 e che poteva essere assolutamente abolita lasciando che le immagini parlassero da sole, il film di Amendola segue il sentiero aperto dal suo collega Stefano Sollima con Suburra, riaprendo la strada del noir, un genere abbandonato dal cinema italiano che ha perso il coraggio di mostrare un cambiamento ancora in atto nella nostra società, con i precari e le giovani generazioni lasciati marcire senza alcun intervento interno da parte delle Istituzioni, mai mostrati né da Sollima né da Amendola se non nella parte introduttiva.

Voto: 2,5 su 5

Il trailer

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