Recensione: China’s Van Goghs

Genere: Documentario

Regia: Haibo Yu, Kiki Tianqi Yu

Durata: 80 min.

Distribuzione: Wanted

 

 

 

 

 

 

In una Cina ormai industrializzata, una famiglia di giovani pittori di Dafen riproduce in maniera impeccabile tutte le opere d’arte del maestro Vincent Van Gogh, rivendendoli in Europa e nel mondo non solo nei negozi specializzati, ma sopratutto ai singoli acquirenti. Il basso numero di lavoratori unito alla grandissima richiesta al di fuori del suolo cinese, mette a dura prova i protagonisti, costretti a fare gli straordinari e, in moltissimi casi, a dipingere 24 ore al giorno e a dormire nell’atelier di famiglia. Tuttavia Xiaoyong Zhao ha un sogno che continua ad assillarlo nella sua testa, ed è quello di prendere l’aereo per l’Olanda e visitare il mondo che ha reso Van Gogh uno dei più grandi artisti dei nostri giorni, visitando le strade di Copenhagen e guardando il cielo azzurro che l’ha ispirato. Ne momento in cui osserva con i suoi occhi i dipinti, sente il bisogno e la necessità di creare, e non più ricalcare un’immagine fotografica per il miglior offerente, esprimendo finalmente sè stesso e il suo pensiero per mezzo del pennello e della tavolozza di colori.



China’s Van Goghs, presentato in anteprima nazionale a Le Voci dell’Inchiesta, ha la capacità di mostrare una storia intima e personale e, allo stesso tempo, una condizione sociale e culturale che avvolge l’intera popolazione cinese, una generazione ancora sfruttata e non tutelata per quanto riguarda il diritto al lavoro. La Cina si trova nel pieno della fase d’industrializzazione, e le immagini sin da subito mostrano una metropoli in continuo avanzamento sia nelle infrastrutture, con inquadrature e panoramiche che seguono il treno muoversi attorno al landscape sempre più moderno e orientato al progresso, sia nella visione complessiva della città, con le strade dominate dalle luci al neon e i palazzi che in verticale circondano con forza e veemenza i quartieri cittadini. In questo contesto di crescita certamente positivo, i registi entrano in questo contesto paradossale per chi possiede uno sguardo occidentale, ma assolutamente ordinario per chi invece vive e conosce. Quello che inizialmente sembra un atelier di un piccolo artigiano cinese, è in realtà una piccola fabbrica fordista dell’arte, con un sistema simile alla catena di montaggio delle automobili come nell’epoca della rivoluzione industriale, ma con un particolare incredibile e surreale. La mercificazione e la riproduzione di massa non riguarda gli ingranaggi, i pistoni all’interno di un motore o le sospensioni, ma dipinti unici e originali come le opere di Van Gogh.

La forza di questo film sta infatti nel contrapporre due sistemi apparentemente discostanti che, con il processo di globalizzazione, non sono mai stati più vicini. Gran parte della popolazione, così come gli stessi personaggi che operano nel negozio di Xiaoyong, non conosce o non ha mai visto le tele di Van Gogh. Nonostante ciò, vedono questo lavoro non un mezzo di espressione, ma come opportunità remunerativa. Vogliono guadagnare, fare soldi, crescere. Tuttavia solo il protagonista vuole che questo lavoro possa diventare qualcosa di più, conoscere l’ambiente che ha reso un autore così richiesto e i suoi segreti. Insomma, comprendere l’arte. China’s Van Goghs è dunque un affresco contemporaneo di un paese in continua crescita, ma soprattutto un racconto immersivo su una generazione che vuole emergere e mostrare le proprie qualità e i propri sogni.

 

Voto: 4 su 5

 

Il trailer

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. elenapescatore ha detto:

    non lo conoscevo! lo guarderò sicuramente, grazie per averne parlato!

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    1. Riccardo Lo Re ha detto:

      Grazie mille! Uscirà prossimamente in Italia con Wanted. Un bellissimo documentario.

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  2. Davide M. ha detto:

    Visto ieri alle Voci dell’Inchiesta (a Pordenone) e sono felice che lo hai presentato in modo così accurato promuovendo un documentario decisamente interessante e ben girato… appena uscirà in Italia, tornerò certamente a guardarlo…

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    1. Riccardo Lo Re ha detto:

      Il mondo è piccolo allora! Purtroppo è stato l’unico film che ho visto, perché ero all’interno della regia mobile di Cinemazero (a breve infatti pubblicheremo le interviste agli autori). Spero che questo film venga distribuito in maniera ampia.

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