Recensione: Bluebeard

Genere: Horror

Regia: Lee Soo-Youn

Cast: Jo Jin-woong, Kim Dae-Myung, Lee Chung-ah, Yoon Se-Ah, Goo Shin

Durata: 117 min

 

 

 

 

 

 

In una tranquilla città coreana tutto sembra  andare per il meglio. Le acque del fiume sono calme e silenziose, il tempo un po’ meno, e il protagonista, un medico gastroenterologo, svolge la sua consueta attività quotidiana. Tuttavia il ritrovamento di un corpo senza testa proprio in una delle sponde del fiume, con l’aggiunta in seguito di una macabra rivelazione di un paziente ancora sedato dopo l’intervento, porterà il dottore in un intreccio di omicidi seriali che avvengono proprio nel quartiere dove abita, e di forti allucinazioni sulle vittime cadute nelle mani di questi feroci assassini. Siamo sicuri di fidarci dei nostri vicini sotto casa?


Bluebeard, della regista Lee Soo-Youn, è un horror dal volto duplice. È un film che cerca sia di sconvolgere il pubblico sia di indagare un mistero ancora irrisolto. Nella prima parte più concentrata nell’introduzione dei personaggi della storia, in seguito l’autrice ci porta all’interno dei pensieri contorti e insani di un uomo che dovrebbe invece rappresentare un’immagine rassicurante, degna della fiducia di chi sta intorno a lui. Questa alternanza tra il proseguo del racconto reale e il sogno/incubo che l’individuo si trova a vivere inconsciamente, funziona fino ad un certo punto, vittima anch’esso del meccanismo creato da Soo-Youn.

La pellicola impressiona certamente per le sequenze di forte angoscia come il genere spesso ha saputo proporre sul grande schermo, giocando sul montaggio di diverse inquadrature e sulla rapidità delle sequenze, ma il vero segreto di un horror sta nella semplicità della sua rappresentazione. Questo non vuol dire che è errato l’uso dell’intreccio (che nel film in particolare funzione per gran parte del racconto), ma che è necessario saper bilanciare al meglio ciò che si mostra e, soprattutto, quando. L’impressione di questa opera è che sia totalmente sbilanciata nella seconda fase, quando tutte le carte (più o meno) vengono  scoperte in maniera sequenziale, quando si poteva certamente inserire alcuni dettagli nella prima, per mezzo di inquadrature ravvicinate o semplicemente introducendo indizi che verranno poi svelati nel finale. Di conseguenza, come spesso capita spesso in questo film, la storia subisce una brusca accelerazione perché in ballo, purtroppo, ci sono troppi elementi da poter essere chiariti in maniera plausibile, portando lo spettatore a pensare e a ricollegare i diversi punti invece di lasciarsi trasportare dall’emotività e dalla paura. Bluebeard, nonostante questi orrori tipici quando si usano diversi stili, possiede comunque alcune scene indelebili e originali, segno che su questo genere la Corea domina incontrastata.

Voto: 2 su 5

La presentazione del film al FEFF

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