I vostri inviati da Venezia: TRACKS

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Un viaggio lungo 3000 km, con quattro cammelli, un cane, una buona dose di intraprendenza ma anche di incoscienza. Un tragitto dall’outback australiano verso ovest, sino alle coste dell’Oceano Indiano. Il regista John Curran (Il velo dipinto, Stone) riadatta per il cinema lo scritto di Robyn Davidson, che nel ’77 attraversò il deserto australiano.
Mia Wasikowska (che a soli 23 anni può vantare lavori con Tim Burton, Mira Nair, Gus Van Sant, Jim Jarmusch) ha il volto di Robyn, ragazza che “non riesce a trovarsi a casa in nessun posto” e decide in giovane età di lasciare tutto e intraprendere un viaggio che non è soltanto uno spostamento fisico verso l’Oceano, ma assurge da metafora di un percorso interiore, alla ricerca di se stessa. John Curran riesce a portare a compimento un progetto che già era in cantiere nel 1993 e che avrebbe previsto Julia Roberts come protagonista. Il canovaccio non vide mai la luce ma nel 2012 un nuovo investimento ha reso possibile la versione cinematografica del libro della Davidson. La scelta di Mia Wasikowska, a parere di chi scrive, è azzeccata e determinante; la giovane attrice australiana scende nella parte con totale naturalezza e riesce a dare forza ad un personaggio di grande carattere qual era Robyn. Nonostante le insidie e gli avvertimenti di famigliari ed amici, Robyn parte per Il viaggio, accompagnata dal fotografo Rick Smolan (Adam Driver); la presenza di Rick è stata imposta dal National Geographic, testata che ha reso possibile l’organizzazione (economica) del viaggio, stanziando quattromila dollari. Robyn mal tollera la presenza del fotografo ma questo non le impedisce di intraprendere quel viaggio esistenziale tanto agognato.
Curran confeziona un lavoro con una forte impronta naturalistica, imbastendo una regia asciutta e senza fronzoli; la fotografia, stupenda, ritaglia alcuni degli scorci più suggestivi ed incontaminati dell’Australia. Le musiche, sono state scelte con tatto, accompagnando accuratamente le immagini. Il viaggio di Robyn è scevro di ogni connotazione mistica o religiosa, ma è utile alla protagonista per trovare la pace con se stessa, stabilendo un senso alla relazione con l’Altro.
Un film che non accetta virtuosismi registici, eccezion fatta per alcuni flashback dell’infanzia di Robyn. Il film è stato girato con poco più di dieci milioni di dollari ed il regista si è avvalso della collaborazione di aborigeni locali. Una pellicola che, per quanto si è visto finora, punta ad essere tra i migliori titoli del concorso festivaliero.

Voto: 4 su 5

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