Recensione: 12 anni schiavo

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Genere: drammatico

Regia: Steve McQueen

Cast: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Lupita Nyong’o, Brad Pitt, Benedict Cumberbacth

Durata: 134 minuti

Distribuzione: BIM

C’è un fil rouge tematico che collega alcuni lavori autoriali dell’ultimo biennio cinematografico; Spielberg ha lanciato il sasso, Tarantino ha ripreso il discorso con un differente registro e McQueen lo ha chiosato (per il momento) con un tono soffocante e quasi senza speranza. E così “Lincoln”, “Django Unchained” e “12 anni schiavo” hanno trattato lo scottante tema della schiavitù, macchia indelebile della storia americana. Come l’eroe di Tarantiniana memoria, anche Solomon, protagonista della pellicola di McQueen, è un “negro” straordinario (inteso in senso etimologico).
Un violinista di successo che, con l’inganno, viene rapito da due malfattori e venduto al miglior offerente sul mercato degli schiavi, a pieno regime e molto redditizio in quegli anni (è ambientato dal 1841, in Louisiana). Il film è tratto dal libro di Solomon Northup che ha raccontato, verso fine ‘800, la disavventura vissuta sulla propria pelle.
Il regista londinese, dopo i suoi primi due lavori di altissimo tasso qualitativo (Hunger e Shame), affronta una tematica insidiosa col suo taglio autoriale cedendo però a qualche compromesso per una produzione differente dalle precedenti, monumentale e grandiosa, più vicina al vasto pubblico e forse, per questo, meno soggetta ad una rielaborazione intima e personale. McQueen ci propone la sua idea di schiavitù, l’unico cineasta del trittico con la pelle nera, ragione in più per porre attenzione a questo lavoro. Non rinuncia ai piani-sequenza a lui molto cari: di grande effetto empatico la scena in cui Solomon resta sospeso per il collo, quasi impiccato, in punta di piedi, mentre la vita nella piantagione scorre intorno a lui, scena volutamente disturbante per lo spettatore. Ritorna più volte la questione della nudità, una nudità fisica che assurge allo stesso tempo ad una nudità metaforica, quella alla quale ti costringe l’essere in catene, indifeso ed inerme, umiliato ed impotente. I corpi, lesionati e martoriati dalle frustate sono un pugno nello stomaco che il regista ci presenta più volte, senza filtri. Le musiche, grevi, accompagnano grande parte della narrazione, appena alleggerite dalle esecuzioni al violino del protagonista, alle quali però fa da contraltare la drammaticità di ciò che nel frattempo si può vedere sullo schermo. Interpretazione superba dell’attore feticcio Michael Fassbender, nei panni di Epps, proprietario senza scrupoli di una piantagione di cotone; Solomon ha il volto di Chiwetel Ejiofor, finalmente in un ruolo di prima fascia potendo dimostrare il suo valore. Alla notte degli Oscar ci sarà anche Lupita Nyong’o nominata per una parte intensa e difficile come quella di Patsey, giovane schiava in eterna tensione con il padrone Epps. Un film sicuramente da vedere, ma forse il meno eccelso e riuscito di McQueen.

Voto: 4 su 5

Il trailer del film:

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