Netflix: i film da non perdere (Vol.16)

Blackbook

Eccoci con il consueto appuntamento mensile con i film da non perdere su Netflix. La piattaforma streaming americana è stata oggetto di pesanti critiche della recente manifestazione cinematografica francese, il festival di Cannes, e, nonostante l’evento si sia appena concluso, le polemiche sono quelle che più sono rimaste impresse nella mente di chi si è informato giornalmente su ciò che è accaduto durante la kermesse francese. Dopo l’affondo di Amoldovar sul fatto di premiare o meno un film che poi non andrà nelle sale, c’è da chiedersi, nei festival futuri, se questa chiusura di Cannes alle pellicole targate Netflix porterà conseguenze sul modo di fruire il cinema del pubblico. Certamente impedire a un autore di partecipare a un concorso non è la soluzione, perché un festival ha l’obiettivo di dare spazio a ogni forma di innovazione e di originalità, come afferma lo stesso direttore della mostra del cinema di Venezia Alberto Barbera: “Ragioniamo sul concreto: il prossimo film di Scorsese è di Netflix: un festival può non vederlo?” (La Repubblica, 30 maggio 2017). Venezia è infatti quella che non ha reagito chiudendosi in se stessa e favorendo i meccanismi di produzione e di distribuzione cinematografica tradizionale. Si è aperta alla realtà virtuale (lo stesso vale anche per Cannes, con la proiezione dell’ultimo film di Inarritu), con la nascita del primo concorso per lungometraggi in VR, e certamente non impedirà  la partecipazione dei film e delle produzioni che non saranno distribuite nelle sale cinematografiche (polemica che non ha colpito – in quanto serie televisive – né The Young Pope di Sorrentino, andato in onda su Sky ed HBO, né Twin Peaks di  David Lynch, produzione Showtime).

Detto cio, ecco la lista delle 5 opere da non perdere:

– War Machine (*** 1/2)

Il più più atteso e detestato di Netflix. Era destinato a dividere, e lo sta facendo, l’ultimo film di David Michod con Brad Pitt nella parte del generale McMahon, scelto dall’America per trovare una soluzione indolore alla questione Afghanistan. La pellicola mischia humor e dramma creando dei personaggi tutt’altro che insormontabili. Lo sono per i propri alleati e colleghi (più o meno), ma l’immagine è totalmente l’opposto per chi lo guarda: persone goffe, ammalate, stereotipate e deboli. Per questo, War Machine rappresenta (lo dice anche il titolo) la contraddizione stessa di chi dovrebbe proteggere la gente e difenderne i valori. (la recensione su Cineclandestino.it)

– Black Book (****)

Paul Verhoeven, prima di Elle, ha firmato nel 2006 un’opera cinematografica di tutto rispetto, perché non viene raccontata la storia come la conosciamo, ma cerca di illustrare l’ignoto, un racconto che spesso, per semplificare e dividere in vincitori e vinti, viene dimenticato. Esiste l’idea di purezza, di virtù di una determinata fazione in fase di guerra? Di solito è più facile trovare il male negli altri, i nazisti in questo caso, rispetto nelle file amiche. Black Book mostra proprio questo. Fino a che punto si è disposti a sacrificarsi per il bene comune? Verhoeven non fa altro che guardare, senza giudizio. E il film, in oltre due ore e mezza, scorre e funziona in ogni sua parte.

– La musica nel cuore – August Rush (***)

Per chi vuole passare una serata tranquilla, scrollarsi di dosso i problemi e lo stress della giornata, August Rush è il film perfetto. Kirsten Sheridan dirige una pellicola che racconta le vicende di un piccolo orfano, che sente il bisogno di sapere sulle origini dei genitori, tanto da scappare nella Grande Mela, città che ha dato vita a innumerevoli autori nel campo della musica. Lui sente qualcosa dentro di se, il ritmo, il suono, la passione per l’arte musicale, ma prende la strada sbagliata, entrando nella compagnia degli artisti di strada, capitanati da un folle personaggio che si fa chiamare il Mago, interpretato dal genio di Robin Williams. È un film sull’amore, non solo in senso stretto tra persone o familiare,  ma anche per la musica, che accompagna insieme allo spettatore attorno alla storia, forse troppo vicina alla favola per sembrare reale.

 

– Selma – La strada per la libertà (**** 1/2)

Il ricordo di questo film è riassunto nella canzone di John Legend Glory. La ricerca della gloria, della libertà, sono concetti che solo pochi, grandi uomini hanno saputo esprimere. Uno di questi è Martin Luther King, che da sempre ha dovuto lottare per esprimere il proprio diritto di essere finalmente una persona dotata di diritti e doveri. I cittadini neri in quel periodo hanno conquistato, con la legge, la possibilità di votare, ma non per tutti. Nel Sud degli Stati Uniti questo atto sancito dalla democrazia americana viene in pratica bloccato dai diversi municipi, impedendo di fatto alla comunità nera di eleggere i propri rappresentati. Ava DuVernay descrive passo per passo, attraverso documentazioni reali, le giornate che portarono alla marcia di Selma, illustrando i contrasti, le fatiche, le violenze che Luther King e i suoi compagni hanno subìto prima di raggiungere sostanzialmente, grazie alla lotta non violenta, quella conquista che anni prima era stata sancita sulla carta.

– Il capitale umano (****)

Paolo Virzì, con Il capitale umano, mostra una società vicina ai valori individualistici ed egoistici del nostro tempo. Una famiglia sempre focalizzata sul guadagno duro e puro, un’altra che cerca di imitarla tentando di entrare nel giro, e i figli totalmente distanti e privi di una giuda che possa portarli nella giusta via. Questa non è una commedia, come l’autore livornese spesso ci ha abituati nelle sue rappresentazioni burlesche e affascinanti del mondo toscano o romano. Qui siamo nel freddo nord, nella Brianza, dove la temperatura mite influenza in toto quella della gente. Un thriller che funziona, che mette tensione e che fino alla fine lascia quella suspence necessaria a tenere fissa l’attenzione dello spettatore, grazie a un cast che interpreta ciascun personaggio con tenacia e passione.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Ricordo di aver visto Selma al cinema. Sicuramente è un’operazione riuscita, ma purtroppo a causa della sua eccessiva verbosità non è un film per tutti: lo possono “digerire” soltanto gli spettatori abbastanza pazienti da sorbirsi un film che, su oltre 2 ore di girato, presenta almeno un’ora di dialoghi (e neanche facili, tra l’altro).
    Insomma, un plauso a chi lo ha realizzato (perché facendo un film su un personaggio immenso come Martin Luther King il rischio di uscirne con le ossa rotte era altissimo), ma a me è rimasto l’amaro in bocca per il cult che poteva essere e non è stato.

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    1. Riccardo Lo Re ha detto:

      È un punto di vista condivisibile. Sono d’accordo su alcuni passaggi. Mi ha colpito di quel film, oltre alla straordinaria capacità della regista di costruire passo per passo quelle giornate importanti per l’America, le relazioni tra i personaggi. Mentre il popola vede in Luther King come un punto di forza, un appoggio su cui contare per la lotta, la moglie conosce ogni suo punto debole. Il rapporto tra loro non è mai stato così florido, anzi tutto il contrario, perché King stesso capisce l’enorme potere che ha in mano, tanto che tralascia ogni tipo di relazione interpersonale alle spalle, come il matrimonio. Ecco, questo è quello che più mi è rimasto. Certamente si poteva fare qualcosa di più, ma complessivamente lo trovò un film storicamente rilevante. Da far vedere alle scuole.

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      1. wwayne ha detto:

        Purtroppo proprio la presenza di tutti quei dialoghi farebbe venire un abbiocco gigantesco a qualsiasi scolaresca. E’ a questo che mi riferivo quando parlavo di un film “non per tutti.” Grazie per la risposta! 🙂

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